seguici sulla ns pagina

La casa editrice
prossime uscite
catalogo
autori
distribuzione
Collane
narrativa
libri inchiesta
saggistica
il bosco di latte
in utero
la sposa del deserto
filosofia
criminologia
satirica
gli introvabili
Comunicazione
eventi
la stampa
contatti
link
newsletter
area riservata
Il progetto Paginauno
la casa editrice
la rivista

la scuola
corsi di giornalismo d'inchiesta, scrittura creativa
e FilmMaking

 

 

 

 

 

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice

Alessandro Maironi

La delinquenza giovanile
Studio giurico sociale (1893)

1983
Criminologia
- Biblioteca
42 pagg.

15,00 euro
ACQUISTA LIBRO


 

Introduzione

Sommario

 

Un’analisi della delinquenza giovanile che affronta il fenomeno per sviscerarne le cause e le implicazioni sociali utilizzando i dati dell’osservazione e dell’esperienza. L’Autore propone anche alcuni rimedi. Un testo di fine Ottocento ignorato dalla letteratura criminologica.

Introduzione
La rivoluzione scientifica promossa dalle opere di Comte, prima, di Spencer, e di Darwin, poi, dopo aver trionfalmente percorso il campo delle scienze naturali, oggi si appresta vigorosa alla conquista delle scienze conosciute sin qui con nome di morali.
Così, mentre con ardore di ricerca si sta creando una nuova Psicologia, accanto a questa sorge una scienza nuova, la Sociologia, una scienza, che nell’ampiezza delle sue linee abbraccia tutti i fenomeni della vita sociale. Come ramificazioni nel campo del diritto di questa sconfinata scienza sociologica troviamo la Sociologia giuridica, che sostituisce la Filosofia del diritto, e la Sociologia criminale, o Criminologia in luogo del diritto penale.
La delinquenza, che tra i fenomeni sociali è dei più manifesti e dei più dannosi, richiamò su di sé l’attenzione degli studiosi, i quali vi prodigarono lo studio e l’ingegno, adoperandosi a dare un corpo unico un sistema alle loro investigazioni, creando così quella nuova dottrina penale, che, se pure non accettabile in tutti i suoi postulati, costituisce un vanto della cultura nazionale, vanto che gli stranieri ne invidiano.

Come è noto, sino a pochi anni or sono, l’unica scuola che in Italia dominasse nel campo del diritto penale era quella chiamata poi Classica per distinguerla dalla Nuova, quella scuola che annovera fra i suoi fondatori ed illustratori i nomi di Cesare Beccaria, Mario Pagano, Francesco Carrara.
Non occorre qui d’esporre le dottrine di questa scuola universalmente conosciuta: basterà d’accennare come la Nuova, sorta in opposizione alla prima, le rimproveri sopra tutto di limitare il proprio studio al campo teorico, dimenticando i dati dell’osservazione e dell’esperienza. Le rimprovera, in altre parole, di non aver applicato, né di volere applicare allo studio del diritto penale quel metodo positivo, frutto della nuova filosofia.
Voi, dicono i nuovi penalisti ai classici, voi studiate il delitto in sé e per sé, astrattamente; noi consideriamo la delinquenza come fenomeno sociale, e per conseguenza studiamo chi ne è autore, cioè il delinquente. In questo consiste precisamente la differenza, o meglio l’antagonismo tra le due scuole: l’una studia il delitto, l’altra studia il delinquente col metodo della filosofia positiva.

[…] Oltre alle opere celebrate dai capiscuola, Lombroso, Ferri, Garofalo, ecco gli studii dell’Alogni sulla Camorra e sulla Mafia, ecco i Palimsesti del carcere del Lombroso, ecco i lavori di Scipio Sighele sul Delitto associato, di Augusto Setti sulla Forza irresistibile, del Balestrini sull’Aborto e sull’Infanticidio, ai quali fanno corona numerose e pregevoli monografie apparse nelle varie riviste d’Italia. Tutte queste ricerche sono animate e dirette da un criterio unico, quello d’investigare il movente del fatto delittuoso, di scoprire le cause che determinarono e favorirono il manifestarsi e lo svolgersi del germe della criminalità.

[…] Ma, se pure ammettiamo per provata simile teorica (il che per ora non credo) ognuno vede come essa non possa essere estesa ai delinquenti minori d’età, la cui conformazione fisiologica e psicologica non è ancora completa, né definitiva, soggetta come è alle variazioni che succedono nel passaggio da un’età all’altra, dalla fanciullezza all’adolescenza, dall’adolescenza alla gioventù. Ad un individuo, che non abbia percorso tutti gli stadii della formazione fisica e psichica, come possiamo noi applicare la teorica del tipo criminale, quando non sappiamo se i dati da lui offerti abbiano un carattere transitorio o si presentino come fissi e permanenti?
E in qual misura noi possiamo ritenere che sia penetrata nel minore la degenerazione ereditaria finché egli non ha raggiunto il completo sviluppo? A parte tutte le variazioni fisiologiche e funzionali che si svolgono gradatamente durante la formazione dell’individuo, vi hanno differenze psicologiche spiccatissime da un’età all’altra: così nella fanciullezza troviamo l’imprevidenza, l’impeto, l’egoismo, che significano appunto la prevalenza del motivo personale su quello impersonale; nell’adolescenza comincia la formazione di un tipo proprio, tuttavia la nozione del giusto e dell’onesto è governata dal concetto dell’utile; è soltanto nella gioventù che il giusto e l’onesto viene preso per sé, formandosi la coscienza morale.

 

Sommario

Introduzione

Delle cause
Dei caratteri
Dei rimedi


Torna su