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Vincent Cordonnier

La morte
(La mort)

1997
Filosofia - Le quintette
120 pagg.

9,00 euro
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Introduzione

Sommario

L’Autore

 

È sempre un po’ ridicolo parlare della morte; l’ignoranza giustifica a stento la sconvenienza. Inoltre, l’attrazione che si prova spontaneamente verso una tale questione è pari soltanto all’immediata delusione di fronte al modo in cui essa viene trattata, che rimane spesso molto al di sotto delle attese ritenute legittime. Eppure, se la morte - come dice Goethe - è proprio quella impossibilità che diviene improvvisamente realtà, essa sembra particolarmente adatta a essere indagata dalla filosofia.

Introduzione
È risaputo che la filosofia si sforza, tra le altre cose, di prevenire le negligenze di un’esistenza quotidiana che desidera sempre abbandonarsi alle abitudini rassicuranti e, nel caso della morte, ignorare questa fatale possibilità continuamente presente.
Nulla appare più impossibile a un uomo pieno di vita del credere alla propria morte. Non dobbiamo per questo atteggiarci, in nome di una vigilanza filosofica, a funerei cavillatori che traggono un piacere perfido e meschino dal fatto di ricordare ai più entusiasti i dettagli della loro condizione di mortali. Come se la morte potesse servire a consolare coloro che disprezzano la vita o che sono scontenti di sé. Al contrario, noi pensiamo, come Michel de Montaigne, che una meditazione sulla morte si sforza in primo luogo di procurarci un poco di serenità in più e che “bisogna diffondere la gioia, ma limitare per quanto si può la tristezza”. Tentiamo quindi di conservare un certo pudore e di conquistare una calma lucidità. E delimitiamo, prima di ogni altra cosa, il concetto di morte che sarà oggetto di questo saggio.

Nel solco di alcune credenze nate assieme all’umanità, la morte viene spesso intesa, in primo luogo, come il versante opposto e simmetrico rispetto alla vita: il corpo, più o meno svalutato, si corrompe, mentre l’anima rimane immortale. Malgrado la sua grande rilevanza nel platonismo, tale aspetto non ci interessa in questa sede, in quanto il suo oggetto, troppo sfuggente e decisamente trascendente, oltrepassa i limiti dell’investigazione razionale. Presteremo invece maggiore attenzione all’altro approccio alla morte, più sobriamente materialistico, che si chiede che cosa vi sia di traumatico nel momento del decesso e nel nulla che lo segue. Ci riferiamo, ovviamente, a una delle dottrine più 'efficaci' dell’antichità: quella di Epicuro.

Tale dottrina, assegnandosi il dovere - o meglio il piacere, visto che si tratta di eudemonismo - di liberare gli uomini da tutte le paure illusorie che li opprimono, cerca di dimostrare che non vi è alcun motivo di spaventarsi di fronte alla fine della vita. Questo è l’argomento principale: se temere significa anticipare un male futuro, essenzialmente un doloroso disordine nell’aggregato di atomi che compongono il nostro corpo, allora il timore è legittimo soltanto nei confronti di un 'guasto' che, malgrado i danni provocati, mantiene un certo legame tra i nostri atomi. Il timore non ha senso nel caso della morte, nel quale l’anticipazione che ci proietta verso un preteso stato futuro si rivolge a un oggetto che per definizione non può essere percepito, non può divenire cosciente. In effetti, la morte è al di là di ogni sensazione, in quanto colpisce troppo profondamente l’aggregato di atomi che noi siamo: gli atomi sono ormai nettamente separati, non più nell’atto di separarsi, come nel caso della sofferenza. Perciò, come afferma la seconda delle Massime capitali di Epicuro, “nulla è per noi la morte: infatti ciò che è disciolto è insensibile, e l’insensibile è nulla per noi”. La morte sopprime le condizioni di possibilità della sensazione, non permettendo più al nostro aggregato corporeo di subire un incremento di perturbazione o di dissoluzione.

Secondo Epicuro, quindi, l’uomo deve smetterla di meditare sulla morte, poiché si tratta di un nemico che non è possibile incontrare, di un confronto che, al contrario di quanto afferma Goethe, si rivela impossibile nel momento stesso in cui sta per divenire reale. Alla filosofia rimane quindi il compito di combattere direttamente lo spaventoso e inutile immaginario macabro, mediante quel paradossale esercizio che consiste nell’addestrarsi all’evidenza: “Abìtuati a pensare che nulla è per noi la morte: in quanto ogni bene e male è nel senso, mentre la morte è privazione del senso”. Epicuro prescrive così un lavoro del pensiero su se stesso, metodico e quasi rituale, come se la nostra morte fosse presente in noi soltanto nella forma di una malsana reazione involontaria della nostra anima.

Tuttavia, al contrario della prima tradizione, che si perde in vaste speculazioni metafisiche di origine religiosa, questa seconda opzione, materialistica, sembra ridurre davvero a ben poca cosa l’ambito dell’indagine. Le sue facili argomentazioni si concentrano inoltre soltanto sul 'dopo', su ciò che rimane quando la vita se ne è andata, con l’ossessione rassicurante di non avere altro compito oltre a quello di ratificare il nulla. Ma questo non equivale forse a eludere la morte in quanto momento realmente esistente? Il dramma reale della morte si trova non tanto nella condizione già raggiunta dell’assenza di sensazioni, quanto piuttosto nell’assentarsi della vita, nell’essere strappati a sé e agli altri, in questa dilazione del 'passaggio' al nulla. Il problema sta proprio nel fatto che la morte sembra afferrare un corpo ancora vivo, sembra lottare dolorosamente contro una volontà di vivere molto vulnerabile. È pienamente reale e legittima quella paura della morte che non riguarda tanto l’al di là ormai vuoto di ogni presenza, quanto gli istanti tragici in cui ci si sente venir meno. Ora, riuscire a sdrammatizzare per i vivi questo passaggio che non fa passare a nulla, ma nel quale tutto passa, è probabilmente un compito troppo arduo e improprio per la filosofia.

Come possiamo esaminare il momento estremo in quanto tale, riuscendo ad abbandonare la paura di morire, alla quale si aggiunge la paura di avere paura in quel preciso momento? Dobbiamo forse aspettarci dalla filosofia che essa ci indichi l’atteggiamento da assumere, visto che - come dice Platone - fare filosofia significa “imparare a morire”? Ci si può chiedere se la filosofia supplisca in questo caso a una natura che si sottrae o che non riesce a sostituire un’arte di morire specificamente umana; o se invece la filosofia debba assecondare questo radicale “lasciarsi andare” dell’essere, evitando di irrigidirsi in un qualsiasi atteggiamento che, mentre la vita si assopisce, resterebbe comunque troppo riflesso e controllato.

Per questa seconda via ci guidano, o meglio ci accompagnano, le sobrie parole di un filosofo che, cercando, alla maniera dei maestri antichi di cui si nutre, un atteggiamento sereno capace di allontanare il timore della morte, scopre che la paura viene meno solo quando vengono meno gli atteggiamenti. Come il giorno presagisce all’avvicinarsi della notte che cosa sia il dormire, così l’uomo, secondo Montaigne, scopre nell’assopirsi della vita che cosa sia il morire. Poiché il sonno non è che il risultato dell’oblio degli atteggiamenti culturali quotidiani, elargitoci dalla natura, la morte appare, nelle osservazioni semplici e precise dei Saggi, come la metafora 'continuata' di questo sonno, come la metafora 'attiva' che elimina le sofisticate rappresentazioni di sé e le argomentazioni enfatiche.

Certo, questo abbandonarsi a una natura apportatrice di quiete si espone a critiche del genere di quella avanzata da Blaise Pascal, secondo il quale non c’è nulla di più meschino che pensare unicamente “a morire in modo fiacco e apatico”. Vedremo quanto vale tale accusa esplicitando, nella prima parte del nostro saggio, questa riflessione di Montaigne, profonda come una filosofia del sonno, ma vitale e ben desta come la mente che l’ha generata.

Nell’argomentazione di Epicuro che abbiamo presentato, viene ignorato anche un altro aspetto della questione, che pure è riconosciuto in una massima del filosofo: la precarietà della nostra esistenza, instaurata da una morte più o meno imminente, ma sempre incombente. “Contro ogni cosa possiamo approntare difese sicure, ma per la morte abitiamo tutti una città senza baluardi”. L’immagine della postazione che vorremmo inespugnabile, ma che si rivela senza difese, ci suggerisce che l’essere dell’uomo dipende, nella sua stessa struttura, da questo statuto di mortale, e che l’impossibilità di mettersi al sicuro suscita una presa di coscienza 'angosciata' di che cosa sia esistere. La seconda parte del nostro lavoro si rivolgerà dunque, a partire dalle analisi di Martin Heidegger, a questa angoscia permanente, ma spesso occultata, che costituisce il palinsesto di una morte che ci fa presagire un po’ più chiaramente chi noi siamo.
Come possiamo attendere serenamente la morte? In quale modo la morte partecipa al senso dell’esistenza umana? Queste due domande guideranno le due fasi di una riflessione attenta a distinguere accuratamente la paura della morte dall’angoscia della morte, pur ricongiungendole nella loro complementarità umana.

 

Sommario

INTRODUZIONE

PARTE PRIMA
La paura della morte. Come comportarsi di fronte alla morte?
Una morte nella continuità della vita
L'esperienza limite della morte
Noi ci separiamo dal mondo prima ancora che questo ci abbandoni

PARTE SECONDA
L'angoscia della morte. Che cosa significa esistere per un mortale?
L'esistenza resa possibile dalla morte
La difficile lucidità nei confronti della morte

CONCLUSIONE

 

L’Autore: Vincent Cordonnier è autore di Heidegger (Quintette èdition, Paris, 1998) e Marc aurele (Quintette èdition, Paris, 1998). La mort, pubblicato in Francia sempre da Quintette èdition, ha avuto due edizioni: 1995 e 2005.

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