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Narrare non
è soltanto inventare mondi immaginari ma anche descrivere,
interpretare, trasmettere mondi reali. Romanzi e cronache giornalistiche,
oggetti di design e scenari economici, ricostruzioni storiografiche
e visioni della politica, marketing e requisitorie nei processi...
Sono tutte narrazioni: di invenzione o di realtà, oppure che
mescolano invenzione e realtà.
Negli ultimi decenni la quantità di narrazioni sociali si è
moltiplicata in modo esponenziale e ogni ambito è oggi ‘colonizzato’
da specialisti del raccontare. Un’offerta continua e ben pianificata
di narrazioni ci circonda e ci avvolge, ci trascina come una corrente
impetuosa, e spesso perdiamo la bussola, rischiando di convincerci
che in questa massa confusa tutte le storie siano uguali, tutte autentiche,
tutte dello stesso impalpabile valore e peso: tendiamo così
a illuderci di poterle controllare con facilità perché
non di rado simulano di essere oggettive, neutrali, innocue. Per questo,
più o meno inconsapevolmente, ci ritroviamo ancora più
esposti rispetto agli arbìtri del Potere, che sceglie al posto
nostro quali siano le narrazioni importanti e quali trascurabili:
e così finiamo in una ‘spirale del silenzio’ che
ci isola e ci ammutolisce.
Dobbiamo riprendere a studiare le narrazioni dall’interno per
capire come orientarci. Dobbiamo ritrovare parametri di merito e di
qualità per valutarle, giudicarle e controbatterle. Analizzare
le molteplici problematiche del narrare è importante come narratori
e come fruitori di narrazioni. Per costruire narrazioni efficaci e
autentiche ma anche per difenderci da quelle false che spesso appaiono
dominanti, per replicare alle menzogne quale che sia il modo suadente
con cui sono state messe in scena.
Davide Pinardi analizza in questo saggio le fondamenta e i vincoli
di ogni genere di narrazione: dalle mitologie della classicità
alle icone della contemporaneità, dalle seduzioni di coppia
alle suggestioni di massa.
L’Autore:
Davide Pinardi ha scritto romanzi,
testi teatrali, saggi storici e libri per bambini tradotti in vari
Paesi. È autore di sceneggiature per il cinema e di format
televisivi per emittenti italiane e straniere. È stato docente
all’Università Statale e al Politecnico di Milano oltre
che nel carcere di San Vittore. Insegna scrittura narrativa all’Accademia
di Brera e in altre istituzioni italiane ed estere. È socio
della SSA (Société Suisse des Auteurs).
Ha scritto, tra le opere di narrativa: La storia segreta del señor
Correal (Rizzoli 2000, Lefelin 2004) L’Armée
de Sainte-Hélène (Calmann-Lévy 2000 - Paris)
Il Valdese (Tranchida 2004) Il ritorno di Vasco e altri
racconti dal carcere (Marcos y Marcos 1994, Signorelli 1998)
Nel fango del cielo (Tranchida 1998) Tutti i luoghi del
mondo (Tropea 1996) A Sud della Giustizia (Interno Giallo
1991) L’Isola nel cielo (Tranchida 1989).
Tra i saggi: Il mondo narrativo (Lindau 2008, con P. De Angelis)
Il partigiano e l’aviatore (Odradek 2005) La Giubba
del Re – Intervista sulla corruzione (Laterza 2004, con
P. Davigo) La letteratura Italiana tra ‘800 e ‘900
(Rcs Libri 1999, con G. Gallo).
Intervista
all’Autore
Nel sottotitolo – dall’Odissea al mondo Ikea –
leghi tra loro due mondi che più inconcilianti e dissimili
non potrebbero essere, e li unisci attraverso il concetto del ‘narrare’:
che cosa intendi con il termine narrazione?
In estrema sintesi, credo di poter dire che narrare sia una delle
modalità fondamentali attraverso le quali tutti noi esseri
umani rappresentiamo e comunichiamo – gli uni agli altri –
ogni genere di ‘realtà’, sia quelle materiali sia
quelle virtuali. Nel primo caso abbiamo narrazioni fattuali che vogliono
(o fingono di) descrivere senza inventare, nel secondo quelle di invenzione.
Nel libro sostengo che – poste alcune differenze di principio
– la costruzione di una narrazione fattuale o di una narrazione
di invenzione segue sostanzialmente le stesse regole formali, regole
che l’umanità ha costruito nel corso dei millenni. Il
processo attraverso il quale si produce una Odissea o un mondo Ikea
segue fasi molto simili obbedendo a regole costanti che ho cercato
di identificare, ovviamente appoggiandomi sulle spalle di giganti
teorici che mi hanno preceduto.
Perché scrivere un saggio sulla narrazione che non
è solo un ‘manuale operativo’ ma anche una ‘riflessione
teorica’? In quali termini oggi occorre riflettere sul concetto
di narrazione?
Credo che siano stati già pubblicati numerosi e validi manuali
sul come ben sceneggiare o sul come costruire mondi e personaggi.
Quello che mi interessava era andare ancora più a fondo nella
comprensione di quali siano gli elementi fondamentali del narrare
globalmente inteso (che va, nella mia prospettiva, dal fare campagne
di advertising al costruire storie politiche, dal raccontare giornalistico
al fare teatro ecc.). Ma lo scopo del mio andare a fondo non era ovviamente
quello di affondare sotto il peso dell’accademico bensì
quello di scavare, di arare, per facilitare nuove e più efficaci
narrazioni.
Oggigiorno bisogna riflettere sul concetto di narrazione per due ragioni
fondamentali: per difendersi da molte di quelle esistenti (costruite
spesso per superare le naturali difese individuali e collettive e
creare condizionamenti di massa – vedi certi usi dello storytelling)
e per avere strumenti al fine di costruirne di migliori, di più
oneste e più ‘vere’.
È opinione diffusa, in Italia, che
non si possa insegnare a scrivere letteratura, a differenza del mondo
anglosassone in cui i corsi di creative writing sono inseriti
tra quelli universitari. Questo saggio è anche un ‘manuale
operativo’: tu pensi dunque che si possa insegnare a scrivere
letteratura? Che la creatività e l'ispirazione debbano svilupparsi
su una conoscenza tecnica senza la quale lo scrittore non è
in grado di esprimersi pienamente, al pari di un pittore, di uno sculture,
di un musicista?
La risposta è semplice: sì. Le resistenze all’aperto
insegnamento delle discipline considerate creative nascono spesso
da resistenze corporative e antidemocratiche. Dietro alle bubbole
dell’estro o delle doti individuali si nascondono le preferenze
per sistemi di selezione attraverso il clientelismo e la cooptazione.
A chi è rivolto questo tuo saggio?
L’elenco è lungo: scrittori, sceneggiatori, storici,
giuristi, designer, architetti, politici, fumettisti, esperti di media,
giornalisti, artisti, attori, creativi in genere, pubblicitari, addetti
alle relazioni pubbliche, curatori di immagine, fotografi ecc. E l’elenco
è soltanto all’inizio. Il problema è che queste
persone spesso non sanno quale bisogno abbiano di conoscere ciò
che praticano senza preparazione e soltanto per puro ‘mestiere’...
Ma è anche rivolto a chi non produce narrazioni per professione,
perché tutti siamo comunque i destinatari di narrazioni confezionate
da altri: saperne riconoscere i meccanismi è la condizione
necessaria per essere ‘fruitori di narrazioni’ consapevoli,
un ruolo che ha non poche responsabilità nel momento in cui
le accettiamo o le rifiutiamo. Soprattutto nel caso di quelle che
ci vengono proposte non come narrazioni ma come ‘descrizioni
oggettive di realtà’.
Introduzione
Quale analogia esiste tra un convulso film d’azione
e la fredda requisitoria di un pubblico ministero durante un processo?
Che cosa accomuna un lirico romanzo d’amore a un documentato
progetto urbanistico? Oppure una radicale proposta politica a una
ragionata ricostruzione storiografica?
Che cosa condividono una innovativa analisi sociologica e un commosso
elogio funebre? O la fresca bugia di un bambino e un’articolata
diagnosi medica?
Tutte sono, semplicemente, narrazioni. Narrazioni di proiezioni immaginarie,
di mondi virtuali, di visioni fantastiche; oppure narrazioni più
o meno obiettive di parti piccole o grandi delle realtà che
ci circondano (o, per meglio dire, di ciò che a noi o ad altri
appaiono le realtà).
Esse costituiscono alcune delle infinite e complesse
immagini del mondo – reale o virtuale, esistente o fantastico
– che gli esseri umani si costruiscono e si trasmettono ogni
giorno allo scopo di vivere insieme, di condividere emozioni e strategie
di sopravvivenza, di lottare l’uno contro l’altro o di
aiutarsi con generosità. Rappresentano quegli innumerevoli
spettacoli che gli uomini mettono in scena, in ogni istante della
loro esistenza, nei loro teatri mentali, individuali e collettivi,
per cercare di capirsi o tentare di ingannarsi, per sopravvivere collettivamente
o per eliminarsi senza pietà.
Le narrazioni, chiunque le crei, ovunque nascano, vengono costruite
in base a princìpi non casuali ma frutto di una lunga ed elaborata
esperienza: esse poggiano su fondamenta che si radicano nel profondo
della storia dell'umanità.
I nostri antenati, un tempo, si tramandavano narrazioni
orali in lunghi processi di stratificazione e sovrapposizione che
hanno portato alla creazione di mitologie, saghe, leggende, favole,
epopee, visioni religiose ma anche di ritualità quotidiane
e di costruzioni identitarie.
Presto essi iniziarono lo studio sistematico del narrare cercandone
le regole formali e di riproducibilità, per esempio elaborando
quelle che diventeranno le arti del Trivio, vale a dire la grammatica
e, soprattutto, la retorica e la dialettica: allora costruire e trasmettere
rappresentazioni risultava molto più difficile e laborioso
di oggi e per questo bisognava farlo bene, con metodo, con efficacia.
Vennero anche i tempi delle grandi produzioni artistiche
e drammaturgiche, oggetto di appassionati dibattiti critici sul loro
significato e sulla loro valenza ideologica: discutere delle regole
dell’estetica e dei canoni poetici significava considerare queste
materie non come sofisticherie astratte e lontane ma vita pulsante
direttamente collegata all’esistenza concreta di ogni giorno.
Questa è la Storia alle nostre spalle. Una Storia di grandi
poemi e di mille pragmatiche esperienze, una Storia di grandi sogni
e di tante piccole necessità.
Ormai possiamo dire che ogni narrazione –
a qualunque livello – esiste grazie a una serie di consolidate
regole consuetudinarie, e mette a frutto (a volte bene, a volte male)
tecniche collaudate e tramandate, seguendo canoni costitutivi ed espressivi
quasi mai improvvisati. Quello che può cambiare nelle narrazioni
spesso sono le vesti esteriori, gli equilibri formali, le implementazioni
disciplinari, gli adattamenti a questo o quell’ambito settoriale,
le dimensioni quantitative, il lavoro preparatorio o le caratteristiche
di estemporaneità che richiedono; ma le norme essenziali su
cui si basano, gli archetipi formali che fanno loro da punti di orientamento,
le forze che esse mettono in campo appaiono – nonostante le
tante metamorfosi e le infinite simulazioni e dissimulazioni che la
creatività umana architetta per affermarne l’originalità
– sempre costanti, provenienti da una memoria molto antica.
Oggi, rispetto al passato, qualcosa è però
cambiato: negli ultimi decenni la quantità di narrazioni sociali
si è moltiplicata in modo esponenziale e ogni ambito della
vita sociale viene ‘colonizzato’ da specialisti del raccontare.
Ora siamo quotidianamente travolti dall’inflazione spettacolare
del contemporaneo, dal flusso incessante dell’immediato. Un’offerta
continua e ben pianificata di narrazioni per ogni livello di fruizione
ormai ci circonda e ci avvolge, ci trascina ogni giorno come una corrente
impetuosa, e spesso perdiamo la bussola, rischiando di convincerci
che in questa massa confusa tutte le storie siano uguali, tutte autentiche,
tutte dello stesso impalpabile valore e peso: tendiamo così
a illuderci di poterle controllare con facilità perché
non di rado simulano di essere oggettive, neutrali, innocue. Per questo,
più o meno inconsapevolmente, ci ritroviamo ancor più
esposti rispetto agli arbìtri del Potere che, quando lo decide,
sceglie al posto nostro e senza togliersi la maschera quali siano
le narrazioni importanti e quali trascurabili: e così finiamo
in una ‘spirale del silenzio’ – come delineata da
Elisabeth Noelle-Neumann – che ci isola e ci ammutolisce.
Grandi imprese multinazionali vivono producendo
intenzionalmente non più prodotti o strategie di brand ma narrazioni,
mondi nei quali i consumatori possono ambientare e vivere proprie
‘storie’ alternative; la politica è diventata quasi
ovunque una pratica sistematica e pianificata di costruzione, attraverso
mitologie e simbologie, di controrealtà immaginarie, di universi
virtuali nei quali gli elettori scelgono gli eroi e gli antieroi da
idolatrare o da odiare, per i quali commuoversi o indignarsi; l’infotainment
mescola senza criterio drammatiche particelle di cronaca strumentali
ad attivare emozioni con leggerezze e amenità da show business;
internet costruisce continuamente effimere illusioni di narrazioni
universali e democratiche, in apparenza generate da spontanei flussi
di massa, che rapidamente si rivelano condizionate da interessi forti,
plagiate da convenienze di parte.
È la logica dominante della società
dello spettacolo che permea la vita quotidiana ottundendone l’asprezza,
che spinge ad agire soltanto per emozioni, che indebolisce la resistenza
del dubbio, che mira a sedurre con immaginifiche promesse di mirabili
vantaggi futuri per condizionare desideri, abitudini, saperi. E poiché
le narrazioni si diffondono spesso come virus contagiosi, i Poteri
attraverso di esse sempre più cercano di costruire solide gabbie
narrative nelle quali inglobare e addomesticare ogni reale opposizione:
gabbie sulle cui pareti di cristallo vengono proiettate storie di
paure e di illusioni, di inganni e di chimere, per distrarre dalle
concrete condizioni dell’esistenza giorno dopo giorno…
Dobbiamo riprendere a studiare le narrazioni dall’interno per
capire come orientarci. Dobbiamo ritrovare parametri di merito e di
qualità per valutarle, giudicarle e controbatterle. Per questo
analizzare le molteplici problematiche del narrare è importante
come narratori e come fruitori di narrazioni. Per scrivere meglio
e con coscienza un romanzo o un saggio, ma anche per realizzare più
seriamente e con più competenza uno scenario economico o un’ipotesi
investigativa, un progetto urbanistico o un oggetto di design, una
campagna politica o un sito internet. Per costruire narrazioni efficaci
e autentiche ma anche per difenderci da quelle false che spesso appaiono
dominanti, per replicare alle menzogne quale che sia il modo suadente
con cui sono state messe in scena.
Questo libro – forse per la prima volta, e
certo con non poca ambizione – cerca proprio d’identificare
alcune di queste regole ricorrenti, di questi elementi-base dell’atto
del narrare, e ha la presunzione di cercare di collocare queste norme
fondamentali in una visione organica e complessiva. Per farlo prescinderà
da un’analisi approfondita delle molte forme specifiche che
la narrazione può assumere nelle discipline, negli ambiti sociali,
nelle vicende umane: cercherà ciò che le accomuna piuttosto
che ciò che le differenzia.
Si tratta di un tentativo condotto con spirito accademico –
vale a dire con lo scopo di fare un’ampia e distaccata analisi
teorica di questa forma basilare delle relazioni umane – ma
anche con l’obiettivo pratico di contribuire a capire come costruire
narrazioni migliori e dunque più efficaci, più oneste,
più coerenti. In una parola, narrazioni più vere.
Il libro è diviso in due parti: la prima dà ampio spazio
alla riflessione teorica, la seconda assomiglia a un manuale operativo.
Possono essere lette in ordine inverso, ma l’amichevole consiglio
è quello di leggerle entrambe. I dettagli dei fattori di una
narrazione sono importanti tanto quanto le riflessioni sulla narrazione
stessa, e questo sia per un narratore sia per chi fruisce di una narrazione.
Sommario
Introduzione
PARTE PRIMA
Che cosa intendere con la parola narrazione
Capitolo 1
A cosa serve, com’è strutturata e come funziona una narrazione
Perché gli esseri umani si servono di narrazioni
Com’è strutturata una narrazione
Come funziona una narrazione
Capitolo 2
Altre tecniche di rappresentazione e di comunicazione
e il loro uso integrato con la narrazione
Classificazione (la costruzione di griglie)
Legificazione (la costruzione di norme)
Formattazione (la costruzione di mappe)
L'uso integrato delle tecniche di rappresentazione e comunicazione
Capitolo 3
Senza scatto attenzionale non si ha narrazione
Capitolo 4
Perché usare la parola narrazione e non altre
Capitolo 5
Narrazione e costruttivismo
PARTE SECONDA
Le basi di ogni narrazione
Capitolo 1
I fattori alla base del processo narrativo
Il narratore
Il narratario
Il patto fiduciario
La cornice (frame)
Il committente
Le modalità di trasmissione
Capitolo 2
I fattori alla base del prodotto narrativo
Polemos
I mondi narrativi
La fabula
L’intreccio
Il sistema dei segni
Le tecniche del racconto
PARTE TERZA
Alcune note operative
Come costituire un oggetto narrativo
Worldtelling e framing
Esempi di narrazione attraverso oggetti
C’è qualcosa ma non vedo cosa
Che cosa è, che cosa era e che cosa sarà
Il palo nel deserto
Narrazione estrinseca e intrinseca (design, arte, moda…)
CONCLUSIONI
I tre prodigi del narrare
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