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Davide Pinardi

Narrare
Dall'Odissea al mondo Ikea

Una riflessione teorica
Un manuale operativo

 

2010
Critica letteraria
200 pagg.
ISBN: 9788890496202

16,00 euro

Fuori catalogo

 

L’Autore

Intervista all’Autore

Introduzione

Sommario

 

Rassegna stampa

Rivista Paginauno
La narrazione assente di Gianvittorio Pisapia
dicembre 2011
(leggi)

Agoravox
Breve excursus da "Narrare - Dall'Odissea al mondo Ikea" di Barbara Gozzi
3 agosto 2011
(leggi l'articolo, I parte) 4 agosto 2011
(leggi l'articolo,II parte)

Rivista Paginauno
Narrare: tra controinformazione, storia e rappresentazioni di realtà di Giovanna Cracco, Giorgio Galli e Davide Pinardi
Incontro dibattito alla libreria Odradek di Milano, aprile 2011
(leggi)

Nybramedia
Armando Adolgiso intervista Davide Pinardi
28 gennaio 2011
(leggi, sezione Cosmotaxi)

Art-Litteram
Narrare, di Michele Zefferino
12 gennaio 2011
(leggi)

Pagine e Fogli
Mara Miceli intervista Davide Pinardi su Radio Vaticana
16 novembre 2010

 

 

 

 

 

Narrare non è soltanto inventare mondi immaginari ma anche descrivere, interpretare, trasmettere mondi reali. Romanzi e cronache giornalistiche, oggetti di design e scenari economici, ricostruzioni storiografiche e visioni della politica, marketing e requisitorie nei processi... Sono tutte narrazioni: di invenzione o di realtà, oppure che mescolano invenzione e realtà.
Negli ultimi decenni la quantità di narrazioni sociali si è moltiplicata in modo esponenziale e ogni ambito è oggi ‘colonizzato’ da specialisti del raccontare. Un’offerta continua e ben pianificata di narrazioni ci circonda e ci avvolge, ci trascina come una corrente impetuosa, e spesso perdiamo la bussola, rischiando di convincerci che in questa massa confusa tutte le storie siano uguali, tutte autentiche, tutte dello stesso impalpabile valore e peso: tendiamo così a illuderci di poterle controllare con facilità perché non di rado simulano di essere oggettive, neutrali, innocue. Per questo, più o meno inconsapevolmente, ci ritroviamo ancora più esposti rispetto agli arbìtri del Potere, che sceglie al posto nostro quali siano le narrazioni importanti e quali trascurabili: e così finiamo in una ‘spirale del silenzio’ che ci isola e ci ammutolisce.
Dobbiamo riprendere a studiare le narrazioni dall’interno per capire come orientarci. Dobbiamo ritrovare parametri di merito e di qualità per valutarle, giudicarle e controbatterle. Analizzare le molteplici problematiche del narrare è importante come narratori e come fruitori di narrazioni. Per costruire narrazioni efficaci e autentiche ma anche per difenderci da quelle false che spesso appaiono dominanti, per replicare alle menzogne quale che sia il modo suadente con cui sono state messe in scena.
Davide Pinardi analizza in questo saggio le fondamenta e i vincoli di ogni genere di narrazione: dalle mitologie della classicità alle icone della contemporaneità, dalle seduzioni di coppia alle suggestioni di massa.

 

L’Autore: Davide Pinardi ha scritto romanzi, testi teatrali, saggi storici e libri per bambini tradotti in vari Paesi. È autore di sceneggiature per il cinema e di format televisivi per emittenti italiane e straniere. È stato docente all’Università Statale e al Politecnico di Milano oltre che nel carcere di San Vittore. Insegna scrittura narrativa all’Accademia di Brera e in altre istituzioni italiane ed estere. È socio della SSA (Société Suisse des Auteurs).
Ha scritto, tra le opere di narrativa: La storia segreta del señor Correal (Rizzoli 2000, Lefelin 2004) L’Armée de Sainte-Hélène (Calmann-Lévy 2000 - Paris) Il Valdese (Tranchida 2004) Il ritorno di Vasco e altri racconti dal carcere (Marcos y Marcos 1994, Signorelli 1998) Nel fango del cielo (Tranchida 1998) Tutti i luoghi del mondo (Tropea 1996) A Sud della Giustizia (Interno Giallo 1991) L’Isola nel cielo (Tranchida 1989).
Tra i saggi: Il mondo narrativo (Lindau 2008, con P. De Angelis) Il partigiano e l’aviatore (Odradek 2005) La Giubba del Re – Intervista sulla corruzione (Laterza 2004, con P. Davigo) La letteratura Italiana tra ‘800 e ‘900 (Rcs Libri 1999, con G. Gallo).

 

Intervista all’Autore
Nel sottotitolo – dall’Odissea al mondo Ikea – leghi tra loro due mondi che più inconcilianti e dissimili non potrebbero essere, e li unisci attraverso il concetto del ‘narrare’: che cosa intendi con il termine narrazione?

In estrema sintesi, credo di poter dire che narrare sia una delle modalità fondamentali attraverso le quali tutti noi esseri umani rappresentiamo e comunichiamo – gli uni agli altri – ogni genere di ‘realtà’, sia quelle materiali sia quelle virtuali. Nel primo caso abbiamo narrazioni fattuali che vogliono (o fingono di) descrivere senza inventare, nel secondo quelle di invenzione. Nel libro sostengo che – poste alcune differenze di principio – la costruzione di una narrazione fattuale o di una narrazione di invenzione segue sostanzialmente le stesse regole formali, regole che l’umanità ha costruito nel corso dei millenni. Il processo attraverso il quale si produce una Odissea o un mondo Ikea segue fasi molto simili obbedendo a regole costanti che ho cercato di identificare, ovviamente appoggiandomi sulle spalle di giganti teorici che mi hanno preceduto.

Perché scrivere un saggio sulla narrazione che non è solo un ‘manuale operativo’ ma anche una ‘riflessione teorica’? In quali termini oggi occorre riflettere sul concetto di narrazione?
Credo che siano stati già pubblicati numerosi e validi manuali sul come ben sceneggiare o sul come costruire mondi e personaggi. Quello che mi interessava era andare ancora più a fondo nella comprensione di quali siano gli elementi fondamentali del narrare globalmente inteso (che va, nella mia prospettiva, dal fare campagne di advertising al costruire storie politiche, dal raccontare giornalistico al fare teatro ecc.). Ma lo scopo del mio andare a fondo non era ovviamente quello di affondare sotto il peso dell’accademico bensì quello di scavare, di arare, per facilitare nuove e più efficaci narrazioni.
Oggigiorno bisogna riflettere sul concetto di narrazione per due ragioni fondamentali: per difendersi da molte di quelle esistenti (costruite spesso per superare le naturali difese individuali e collettive e creare condizionamenti di massa – vedi certi usi dello storytelling) e per avere strumenti al fine di costruirne di migliori, di più oneste e più ‘vere’.

È opinione diffusa, in Italia, che non si possa insegnare a scrivere letteratura, a differenza del mondo anglosassone in cui i corsi di creative writing sono inseriti tra quelli universitari. Questo saggio è anche un ‘manuale operativo’: tu pensi dunque che si possa insegnare a scrivere letteratura? Che la creatività e l'ispirazione debbano svilupparsi su una conoscenza tecnica senza la quale lo scrittore non è in grado di esprimersi pienamente, al pari di un pittore, di uno sculture, di un musicista?
La risposta è semplice: sì. Le resistenze all’aperto insegnamento delle discipline considerate creative nascono spesso da resistenze corporative e antidemocratiche. Dietro alle bubbole dell’estro o delle doti individuali si nascondono le preferenze per sistemi di selezione attraverso il clientelismo e la cooptazione.

A chi è rivolto questo tuo saggio?
L’elenco è lungo: scrittori, sceneggiatori, storici, giuristi, designer, architetti, politici, fumettisti, esperti di media, giornalisti, artisti, attori, creativi in genere, pubblicitari, addetti alle relazioni pubbliche, curatori di immagine, fotografi ecc. E l’elenco è soltanto all’inizio. Il problema è che queste persone spesso non sanno quale bisogno abbiano di conoscere ciò che praticano senza preparazione e soltanto per puro ‘mestiere’...
Ma è anche rivolto a chi non produce narrazioni per professione, perché tutti siamo comunque i destinatari di narrazioni confezionate da altri: saperne riconoscere i meccanismi è la condizione necessaria per essere ‘fruitori di narrazioni’ consapevoli, un ruolo che ha non poche responsabilità nel momento in cui le accettiamo o le rifiutiamo. Soprattutto nel caso di quelle che ci vengono proposte non come narrazioni ma come ‘descrizioni oggettive di realtà’.

 

Introduzione
Quale analogia esiste tra un convulso film d’azione e la fredda requisitoria di un pubblico ministero durante un processo?
Che cosa accomuna un lirico romanzo d’amore a un documentato progetto urbanistico? Oppure una radicale proposta politica a una ragionata ricostruzione storiografica?
Che cosa condividono una innovativa analisi sociologica e un commosso elogio funebre? O la fresca bugia di un bambino e un’articolata diagnosi medica?
Tutte sono, semplicemente, narrazioni. Narrazioni di proiezioni immaginarie, di mondi virtuali, di visioni fantastiche; oppure narrazioni più o meno obiettive di parti piccole o grandi delle realtà che ci circondano (o, per meglio dire, di ciò che a noi o ad altri appaiono le realtà).

Esse costituiscono alcune delle infinite e complesse immagini del mondo – reale o virtuale, esistente o fantastico – che gli esseri umani si costruiscono e si trasmettono ogni giorno allo scopo di vivere insieme, di condividere emozioni e strategie di sopravvivenza, di lottare l’uno contro l’altro o di aiutarsi con generosità. Rappresentano quegli innumerevoli spettacoli che gli uomini mettono in scena, in ogni istante della loro esistenza, nei loro teatri mentali, individuali e collettivi, per cercare di capirsi o tentare di ingannarsi, per sopravvivere collettivamente o per eliminarsi senza pietà.
Le narrazioni, chiunque le crei, ovunque nascano, vengono costruite in base a princìpi non casuali ma frutto di una lunga ed elaborata esperienza: esse poggiano su fondamenta che si radicano nel profondo della storia dell'umanità.

I nostri antenati, un tempo, si tramandavano narrazioni orali in lunghi processi di stratificazione e sovrapposizione che hanno portato alla creazione di mitologie, saghe, leggende, favole, epopee, visioni religiose ma anche di ritualità quotidiane e di costruzioni identitarie.
Presto essi iniziarono lo studio sistematico del narrare cercandone le regole formali e di riproducibilità, per esempio elaborando quelle che diventeranno le arti del Trivio, vale a dire la grammatica e, soprattutto, la retorica e la dialettica: allora costruire e trasmettere rappresentazioni risultava molto più difficile e laborioso di oggi e per questo bisognava farlo bene, con metodo, con efficacia.

Vennero anche i tempi delle grandi produzioni artistiche e drammaturgiche, oggetto di appassionati dibattiti critici sul loro significato e sulla loro valenza ideologica: discutere delle regole dell’estetica e dei canoni poetici significava considerare queste materie non come sofisticherie astratte e lontane ma vita pulsante direttamente collegata all’esistenza concreta di ogni giorno.
Questa è la Storia alle nostre spalle. Una Storia di grandi poemi e di mille pragmatiche esperienze, una Storia di grandi sogni e di tante piccole necessità.

Ormai possiamo dire che ogni narrazione – a qualunque livello – esiste grazie a una serie di consolidate regole consuetudinarie, e mette a frutto (a volte bene, a volte male) tecniche collaudate e tramandate, seguendo canoni costitutivi ed espressivi quasi mai improvvisati. Quello che può cambiare nelle narrazioni spesso sono le vesti esteriori, gli equilibri formali, le implementazioni disciplinari, gli adattamenti a questo o quell’ambito settoriale, le dimensioni quantitative, il lavoro preparatorio o le caratteristiche di estemporaneità che richiedono; ma le norme essenziali su cui si basano, gli archetipi formali che fanno loro da punti di orientamento, le forze che esse mettono in campo appaiono – nonostante le tante metamorfosi e le infinite simulazioni e dissimulazioni che la creatività umana architetta per affermarne l’originalità – sempre costanti, provenienti da una memoria molto antica.

Oggi, rispetto al passato, qualcosa è però cambiato: negli ultimi decenni la quantità di narrazioni sociali si è moltiplicata in modo esponenziale e ogni ambito della vita sociale viene ‘colonizzato’ da specialisti del raccontare. Ora siamo quotidianamente travolti dall’inflazione spettacolare del contemporaneo, dal flusso incessante dell’immediato. Un’offerta continua e ben pianificata di narrazioni per ogni livello di fruizione ormai ci circonda e ci avvolge, ci trascina ogni giorno come una corrente impetuosa, e spesso perdiamo la bussola, rischiando di convincerci che in questa massa confusa tutte le storie siano uguali, tutte autentiche, tutte dello stesso impalpabile valore e peso: tendiamo così a illuderci di poterle controllare con facilità perché non di rado simulano di essere oggettive, neutrali, innocue. Per questo, più o meno inconsapevolmente, ci ritroviamo ancor più esposti rispetto agli arbìtri del Potere che, quando lo decide, sceglie al posto nostro e senza togliersi la maschera quali siano le narrazioni importanti e quali trascurabili: e così finiamo in una ‘spirale del silenzio’ – come delineata da Elisabeth Noelle-Neumann – che ci isola e ci ammutolisce.

Grandi imprese multinazionali vivono producendo intenzionalmente non più prodotti o strategie di brand ma narrazioni, mondi nei quali i consumatori possono ambientare e vivere proprie ‘storie’ alternative; la politica è diventata quasi ovunque una pratica sistematica e pianificata di costruzione, attraverso mitologie e simbologie, di controrealtà immaginarie, di universi virtuali nei quali gli elettori scelgono gli eroi e gli antieroi da idolatrare o da odiare, per i quali commuoversi o indignarsi; l’infotainment mescola senza criterio drammatiche particelle di cronaca strumentali ad attivare emozioni con leggerezze e amenità da show business; internet costruisce continuamente effimere illusioni di narrazioni universali e democratiche, in apparenza generate da spontanei flussi di massa, che rapidamente si rivelano condizionate da interessi forti, plagiate da convenienze di parte.

È la logica dominante della società dello spettacolo che permea la vita quotidiana ottundendone l’asprezza, che spinge ad agire soltanto per emozioni, che indebolisce la resistenza del dubbio, che mira a sedurre con immaginifiche promesse di mirabili vantaggi futuri per condizionare desideri, abitudini, saperi. E poiché le narrazioni si diffondono spesso come virus contagiosi, i Poteri attraverso di esse sempre più cercano di costruire solide gabbie narrative nelle quali inglobare e addomesticare ogni reale opposizione: gabbie sulle cui pareti di cristallo vengono proiettate storie di paure e di illusioni, di inganni e di chimere, per distrarre dalle concrete condizioni dell’esistenza giorno dopo giorno…
Dobbiamo riprendere a studiare le narrazioni dall’interno per capire come orientarci. Dobbiamo ritrovare parametri di merito e di qualità per valutarle, giudicarle e controbatterle. Per questo analizzare le molteplici problematiche del narrare è importante come narratori e come fruitori di narrazioni. Per scrivere meglio e con coscienza un romanzo o un saggio, ma anche per realizzare più seriamente e con più competenza uno scenario economico o un’ipotesi investigativa, un progetto urbanistico o un oggetto di design, una campagna politica o un sito internet. Per costruire narrazioni efficaci e autentiche ma anche per difenderci da quelle false che spesso appaiono dominanti, per replicare alle menzogne quale che sia il modo suadente con cui sono state messe in scena.

Questo libro – forse per la prima volta, e certo con non poca ambizione – cerca proprio d’identificare alcune di queste regole ricorrenti, di questi elementi-base dell’atto del narrare, e ha la presunzione di cercare di collocare queste norme fondamentali in una visione organica e complessiva. Per farlo prescinderà da un’analisi approfondita delle molte forme specifiche che la narrazione può assumere nelle discipline, negli ambiti sociali, nelle vicende umane: cercherà ciò che le accomuna piuttosto che ciò che le differenzia.
Si tratta di un tentativo condotto con spirito accademico – vale a dire con lo scopo di fare un’ampia e distaccata analisi teorica di questa forma basilare delle relazioni umane – ma anche con l’obiettivo pratico di contribuire a capire come costruire narrazioni migliori e dunque più efficaci, più oneste, più coerenti. In una parola, narrazioni più vere.
Il libro è diviso in due parti: la prima dà ampio spazio alla riflessione teorica, la seconda assomiglia a un manuale operativo. Possono essere lette in ordine inverso, ma l’amichevole consiglio è quello di leggerle entrambe. I dettagli dei fattori di una narrazione sono importanti tanto quanto le riflessioni sulla narrazione stessa, e questo sia per un narratore sia per chi fruisce di una narrazione.

Sommario

Introduzione

PARTE PRIMA
Che cosa intendere con la parola narrazione

Capitolo 1
A cosa serve, com’è strutturata e come funziona una narrazione
Perché gli esseri umani si servono di narrazioni
Com’è strutturata una narrazione
Come funziona una narrazione

Capitolo 2
Altre tecniche di rappresentazione e di comunicazione
e il loro uso integrato con la narrazione
Classificazione (la costruzione di griglie)
Legificazione (la costruzione di norme)
Formattazione (la costruzione di mappe)
L'uso integrato delle tecniche di rappresentazione e comunicazione

Capitolo 3
Senza scatto attenzionale non si ha narrazione

Capitolo 4
Perché usare la parola narrazione e non altre

Capitolo 5
Narrazione e costruttivismo


PARTE SECONDA
Le basi di ogni narrazione

Capitolo 1
I fattori alla base del processo narrativo
Il narratore
Il narratario
Il patto fiduciario
La cornice (frame)
Il committente
Le modalità di trasmissione

Capitolo 2
I fattori alla base del prodotto narrativo
Polemos
I mondi narrativi
La fabula
L’intreccio
Il sistema dei segni
Le tecniche del racconto


PARTE TERZA
Alcune note operative

Come costituire un oggetto narrativo
Worldtelling e framing
Esempi di narrazione attraverso oggetti
C’è qualcosa ma non vedo cosa
Che cosa è, che cosa era e che cosa sarà
Il palo nel deserto
Narrazione estrinseca e intrinseca (design, arte, moda…)


CONCLUSIONI
I tre prodigi del narrare

 

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