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Philippe Choulet

Natura e cultura
(Nature et culture)

1996
Filosofia - Le quintette
91 pagg.

9,00 euro
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Introduzione

Sommario

L’Autore

 

Immagini della natura (Rimbaud). La natura come valore culturale (Rousseau, Kant). Dalla spontaneità della physis all’oggetto della tecnica e del pensiero scientifico (Cartesio, Kant). L’ingresso nella cultura (Rousseau, Goethe, Hegel, Freud, Lévi-Strauss). Le ambiguità dell’umanizzazione.

Introduzione
Un uomo mangia. Osserviamolo, descriviamolo. Che cosa dire di lui, di quel che offre al nostro sguardo? È un corpo, intanto, un organismo vivente e un sistema nervoso, e supporremo in lui funzioni cosiddette 'naturali': è in gioco, in questo caso, la nutrizione (ingestione, deglutizione, digestione, assimilazione, ecc.). Ma quest'uomo è solo un corpo 'naturale': forse mangia semplicemente per nutrirsi, per bisogno, e questo bisogno si chiama fame. Si può tuttavia mangiare per altre ragioni: golosità, abitudine, rispetto verso il nostro ospite, quel che chiamiamo buona educazione. L'atto di nutrizione non è un atto semplice, riducibile all'immagine elementare e immediata che ci facciamo spontaneamente, e senz'altro a torto per quel che riguarda l'umano, del bisogno 'naturale'. Quando mangia, il corpo umano è già 'pieno di cultura', ossia pieno d'intelligenza e di convenzione. Egli ha delle norme di comportamento (per la tavola), dei gesti (sapersi servire di posate per pesce o di bacchette), che sono dei segni ancora prima d'essere atti utili (è distinto? mondano? ha chic, eleganza? oppure mangia alla buona? è volgare, grossolano, trasandato?). Insomma, l'uomo ha degli atteggiamenti che sono altrettanti itinerari acquisiti e interiorizzati.

Forse ha già delle abitudini, e quindi una 'seconda natura': mangiare a ore fisse, secondo un certo protocollo (aperitivo, antipasto, piatto forte...), oppure selezionare gli alimenti (per motivi religiosi, secondo i gusti, le prescrizioni del medico...). Così, di un corpo che si nutre - non sappiamo ancora se ha un'anima - che cosa possiamo dire? Di quel che vediamo, che cos'è natura e che cosa non lo è? Se la funzione digestiva è 'naturale', non lo è già più il nostro stomaco: ha perduto la sua innocenza, ha una 'memoria' nervosa e sensitiva, ed è il risultato dell'educazione progressiva attraverso certi piatti, sapori, strutture e materiali.

Un uomo raffinato non ha uno 'stomaco da struzzo' o 'da maiale', non subisce la legge dell'ingordigia del suo ventre; sarà sensibile agli alimenti che l'hanno educato, che gli hanno 'fatto il palato' e a cui resta legata l'esperienza della soddisfazione o del piacere; sarà, invece, ribelle o diffidente davanti ad alimenti troppo robusti, troppo forti per lui: grappa, peperoncino, latte cagliato... Così, quando si dice che 'tutti i gusti son gusti' per natura, si pecca di eccessiva sommarietà; si dovrebbe dire che 'tutti i gusti son gusti' per cultura, perché forse solo nella cultura c'è un gusto degno di questo nome. Quanto a sapere se la cultura è nella natura, il che giustificherebbe comunque il primo enunciato, è una questione da rimandare più in là. Facciamo questa prima constatazione: per il palato e lo stomaco niente è naturale, niente è 'di natura', niente è spontaneo. La cultura è corpo.

Osserviamo, per contrasto, la 'pazienza' animale: i bovini che brucano nei pascoli mangiano erba; ancora, incessantemente, erba. Verde, verde, sempre del verde, che vira talvolta verso il giallo. Si stancano per questo? E d'altra parte, ha senso parlare di una possibile noia bovina nel mangiare sempre la stessa cosa, sempre lo stesso menù, in un'infinita e naturalissima ripetitività? Eppure sappiamo che, fra le erbe, certe sono apprezzate e altre evitate, perché amare o nocive. E nel caso della nocività, come lo sa l'animale? Certo, si parlerà di convenienza organica o di propensione istintuale: ma allora si presuppone quello che si vuole dimostrare, postulando una forma di armonia prestabilita che, d'altra parte, è la prima funzione di ogni ricorso alla natura.

Confessiamo tuttavia la nostra ignoranza: non sappiamo ancora granché sulle 'ragioni' della determinazione dell'istinto a fare una cosa piuttosto che un'altra. Come dice Spinoza, non si sa che cosa può il corpo. Il piano elementare della natura per noi è ancora un enigma. La questione è comunque più chiara per noi uomini, in ciò che riguarda appunto il corpo, curioso intreccio fra natura e cultura, erede di una lenta, lunga e onerosa selezione naturale e di una più rapida, ma non meno costosa (lo vedremo), educazione culturale.
Il nostro corpo trova quindi del tutto naturale disporre di un minimo di diversificazione, di un margine di variazioni che acuiscono il suo appetito e la nostra curiosità: variare i menù (ancora tagliatelle!), fare esperienze gastronomiche, migliorare l'ordinario, coltivare l'arte della cucina, quella degli accordi fra gli ingredienti, delle mescolanze, dei condimenti, delle cotture, della presentazione, non è solo un piacere, ma soprattutto e prima di tutto un'esigenza, se non un obbligo. Tutte le padrone di casa lo sanno: la cucina è un condensato di cultura. Se ci sono degli dei anche nella cucina, come afferma Eraclito, sono quelli della cultura.

Osserviamo ora un 'angolino di natura' in seno alla campagna francese, preferibilmente ancora selvatico oppure abbandonato, lasciato incolto. Anche qui c'è un rischio di confusione e serie difficoltà di localizzazione. Eppure, all'apparenza le cose si presentano facili: la Natura è naturale. Evidentemente, che cosa potrebbe essere d'altro? L'inconveniente sta nel fatto che la prima osservazione ben munita che ci è capitata, munita di sapere, ricca di storia, di scienza geografica e di qualche nozione di economia, dice esattamente il contrario. Gaston Roupnel, nella sua Storia della campagna francese ha dimostrato che quest'identità (una natura naturale) è una piacevole illusione: è ingenuo credere di passeggiare 'in campagna' per 'ritrovare', come si dice, 'il contatto con la Natura', e credere di poterla anche incontrare, questa Natura.
Non facciamo altro, in tal caso, che ritrovare una cultura antichissima e dissimulata, una storia segreta, dimenticata, che la Natura, per così dire, nasconde a se stessa.

Così usanze, decisioni, artifici hanno trasformato, un giorno o l'altro, questo mondo naturale in mondo eminentemente culturale: e stiamo parlando non solo di agricoltura. Questa 'natura' conserva ancora, in qualche cantuccio segreto, le tracce di questo intervento: "A ogni passo c'imbattiamo nei resti di una campagna primitiva", scrive Roupnel. I sentieri scomparsi, i confini e i muri crollati, l'ordine e la struttura dei prati, dei campi, dei boschi, delle foreste, tutto è memoria. Tutta la natura, in questa 'natura' della campagna, è solo cultura, vestigio dell'attività culturale, coltivatrice e 'culturante' dell'uomo: manifesta l'ampiezza e la profondità del paziente lavoro umano. La campagna, quindi, non è un prodotto naturale, ma il risultato storico della cultura (e siamo qui al limite del pleonasmo): "Una natura che l'uomo ha modellato al proprio servizio, che ha composto con le sue opere e riempita dei suoi compiti: ecco quale potrebbe essere la definizione della campagna coltivata. Questa rustica creazione è la grande creazione degli uomini [...] La creazione della campagna è l'opera umana compiuta nella continuità di tutte le generazioni".

E ancora: questa campagna, la campagna francese, non assomiglia a nessun'altra; ha le sue specifiche caratteristiche, e conoscerla presuppone anzitutto il riconoscere l'universo delle differenze che fanno sì che le campagne della Borgogna, dell'Alvernia, della Lorena presentino un patrimonio d'individualità che impedisce di confonderle non solo fra di loro, ma anche con le campagne di altri Paesi: così la Catalogna francese non è organizzata allo stesso modo di quella spagnola, perché il sistema di definizione non è lo stesso da una parte e dall'altra. La campagna, figlia di una coltura, lo è quindi anche di una civiltà. Due madri: una è di troppo. Non è una cosa certa. C'è la genitrice e c'è l'educatrice. Insomma, le cose diventano complesse.

Così, per riprendere il nostro esempio, dobbiamo ricordare che, se la civiltà occidentale e mediterranea ha inventato la Città, la polis, ha prima di tutto inventato il mondo rurale; e il rurale è il risultato della definizione dell'ordine sociale e dell'ordine politico, delle rappresentazioni del potere, della gerarchia, della ricchezza, rappresentazioni che determinano i diversi sistemi di proprietà, le diverse politiche agricole (maggese, disboscamento, cura delle foreste secondo le loro funzioni ecc.), lo sfruttamento della montagna (che presuppone l''invenzione' della montagna in quanto tale, nel corso del XVIII secolo) ecc. Roupnel lo dice chiaramente: "La creazione della campagna è l'opera caratteristica del nostro Occidente. È la natura e lo spirito della sua civiltà".

Insomma, una natura nasconde e rivela al tempo stesso una cultura. La natura è una maschera. Offre un significato solo a favore di chi, e a chi la sa vedere, dopo aver imparato a osservarla. Ma allora, dove è la natura? Dove è la cultura? Il problema del luogo (dove?) può sembrare peregrino; ma indica abbastanza bene il nostro smarrimento: non poter più riconoscere con sicurezza, di primo acchito, i rispettivi segni della natura e della cultura. Bisognerebbe potere sbrogliare la matassa, disfare l'intreccio, separare la natura (qui) e la cultura (là); ma non è possibile, o lo è molto raramente, ed esige una certa diffidenza di fronte alle evidenze e alle facilonerie.
Barthes formula bene il problema: "Dire che la cultura si contrappone alla natura è ambiguo, perché non sappiamo dove si collocano esattamente i confini dell'una e dell'altra: dov'è la natura nell'uomo? Per dirsi uomo, l'uomo ha bisogno di un linguaggio, cioè appunto della cultura. Nella biologia? Nell'organismo vivente si ritrovano oggi le medesime strutture del soggetto parlante: la vita stessa è costruita come un linguaggio. Insomma, tutto è cultura, dal vestito al libro, dal cibo all'immagine, e la cultura è ovunque, da un capo all'altro della scala sociale. La cultura, insomma, è decisamente un oggetto paradossale: senza contorni, senza termine antitetico, senza residui").

Effettivamente, se 'tutto è cultura', l'opposizione natura/cultura esplode, diventa vacillante e vana, fino a ridursi a una semplice distinzione operativa, o a un modo di definire certe differenze di processo. Se 'tutto è cultura', come pensare allora la natura in se stessa? E che cosa può significare, nella sua troppo generosa generalità, quel 'tutto è cultura'? Che cosa insegna un tal enunciato circa l'essenza stessa della cultura?

Dobbiamo ora sapere come si stabiliscono le relazioni fra natura e cultura, come l'una e l'altra nozione si determinano vicendevolmente. Visto che sono tutt'e due l'indice di due forze produttive, domandiamoci come ciò che chiamiamo la natura e la cultura agiscono, come lavorano (se questo termine ha senso qui) prima di tutto nel proprio campo, nella misura in cui sono ancora autonome, poi l'una in rapporto all'altra. Si ha così la tendenza a pensare la natura - quella della campagna francese, per esempio - come un dato, un già visto. Ma l'argomento vale un po' meno per il corpo umano: dov'è il già visto del corpo umano se la determinazione culturale, tramite la sensibilità, si fa fin dalla vita intrauterina?

Lévi-Strauss, cercando la definizione dell'antropologia fisica, scienza che ha per oggetto le relazioni fra le forme corporee umane e le forme corporee animali, esprime la sua perplessità di fronte al problema: "La si può [...] definire come uno studio naturale dell'uomo? Ciò significherebbe dimenticare che le ultime fasi, almeno, dell'evoluzione umana - quelle che hanno differenziato le razze di homo sapiens, e forse anche le tappe che hanno portato fino a lui - si sono succedute in condizioni diversissime da quelle che hanno retto lo sviluppo delle altre specie viventi". Così il linguaggio, che ha determinato molto presto un insieme di tecniche e di industrie, ha potuto avere un'influenza decisiva sulle modalità dell'evoluzione biologica dell'uomo.

La perpetuazione fisica della specie vede le proprie condizioni modificate dallo stato della società umana, da quello del suo necessario arsenale di regole (proibizione dell'incesto, endogamia, esogamia...), da quello delle sue norme morali, estetiche o economiche. Non si può quindi pensare puramente e semplicemente la natura fisica dell'uomo, per esempio, senza pensare al peso dell'intervento umano - dell'uomo su se stesso - così come non si potrebbe pensare la morfologia attuale dei cani senza pensare all'effetto della loro selezione a opera degli uomini: "Gli uomini hanno fatto se stessi non meno di quanto abbiano fatto le razze dei loro animali domestici", conclude Levi-Strauss. Non è solo sul piano della storia e della cultura che gli uomini hanno fatto se stessi, come pensava ancora Marx. Anche sul piano della natura fisica. Ancora corpo.

Non vi sono più angolini di natura, quindi, tranne forse per i nostalgici dell'impressionismo o i pubblicitari in deficit di clorofilla. Le questioni essenziali diventano dunque: che cosa fa della natura la cultura? Come interviene e qual è il valore del suo intervento? Rispondere a tali domande presuppone comunque, nella misura in cui la natura non è per l'appunto un puro dato passivo e già presente, che si sappia come agisce, prima di tutto su noi umani, poi in sé, per se stessa. Che cosa produce? Come fa ciò che fa? E, simile in ciò a Dio, lo fa bene? Poi, se la natura fa abbastanza bene le cose - ma c'è anche qualche colpo a vuoto - se pure si può parlare di una certa perfezione del 'fare' della natura; da dove attinge la cultura umana il diritto a correggerne, ripararne e migliorarne il corso e le opere? In base a quale diritto la cultura si autorizza a fare del proprio modo di agire il modo dominante?

In realtà, dall'addomesticamento degli animali alla loro selezione e al loro addestramento, dall'educazione degli uomini alla loro correzione e al loro sfruttamento, dall'uso delle risorse naturali al loro sfruttamento intensivo, c'è talvolta equilibrio, talvolta squilibrio, talvolta forza e potenza, talvolta violenza, definendosi quest'ultima proprio come contronatura e antinatura. Bisogna riconoscere a questo punto che non tutti i processi di riduzione a cultura si equivalgono e che spetta all'uomo valutarli: distruzione, estinzione, trasformazione, modifica, invenzione, miglioramento. Non importa quale ne sia l'oggetto o l'obiettivo (la vegetazione, la Terra, la materia, le specie, gli animali, l'umano stesso, il sapere sotto tutte le sue forme, i valori ecc.); l'essenziale resta sapere quel che si fa, perché non basta la semplice coscienza dell'azione; sapere anche chi è quel si che pensa, decide, agisce. Così, domandarsi che cosa vale l'intervento umano sulla natura o contro di lei, significa porre la questione della natura dell'uomo, della sua condizione e del suo destino o della sua cultura, poiché è nelle sue mani che riposano, in parte, la sorte e il destino della natura e di certi esseri naturali. È senz'altro legittimo porre prima di tutto domande semplici e ingenue: qual è la natura - nel senso di essenza, nel senso del 'ciò che è' della cosa - della natura? Qual è la natura della cultura? Ma è evidente che non si può pensare davvero l'incontro fra queste due nebulose di senso senza pensare l'elemento intermediario e mediatore, l'agente e il principio di collegamento per eccellenza, ossia l'uomo stesso e la sua natura.

 

Sommario

INTRODUZIONE
Natura e cultura, due nebulose

PARTE PRIMA
La natura dal punto di vista della cultura: immagini, sentimenti, saperi
L'immagine della natura
La natura come valore culturale
La natura nella scienza e nella tecnica

PARTE SECONDA
La cultura
L'ingresso nella cultura
L'ambivalenza della cultura

CONCLUSIONE

 

L’Autore: Philippe Choulet è professore della Cattedra superiore di Filosofia a Strasburgo e direttore della rivista The Animal. Ha pubblicato: Méthodologie philosophique (P.U.F., Presses Universitaires de France, Paris,
2003 e 2009), L’idiot musical, Glenn Gould, existence et contrepoint (Kime, 2006), La bonne Ecole (Champ Vallon, Seyssel, vol. 1 anno 2000, vol. 2 anno 2004), La passion (Ellipses Editions, Paris, 2004), La memoire (Quintette èdition, Paris, 1998 e 2003). Nature et culture, pubblicato in Francia da Quintette èdition, ha avuto due edizioni: 1998 e 2003.

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