2011
Narrativa
220 pagg.
ISBN: 9788890496233
17,00
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L’Autore
Il
primo capitolo
Rassegna stampa
Temperamente
Azzurra
Scattarella Stato di fermo
15 febbraio 2012
(leggi
la recensione)
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Un uomo con
troppi segreti per essere innocente; una serie di fatti che non chiamare
prove spingerebbe “l’idea di coincidenza ben oltre la
linea dell’orizzonte”; uno sbirro tutto d’un pezzo,
esperto nell’arte di interrogare; tre delitti efferati; una
stanza anonima in un’anonima stazione di polizia della provincia
britannica; una lunga notte e il fumo di moltissime sigarette; un
finale sorprendente.
Questi gli ingredienti di un noir ferocemente immobile, in cui la
scena del delitto è il paesaggio nebbioso delle relazioni.
Quelle tra marito e moglie, che si nutrono di silenzi e ipocrisie,
le relazioni sociali, ingabbiate nelle convenzioni, e il rapporto,
ambiguo, che lega inquisitore e inquisito, contaminato dalla paura
e dalla perversione.
L’ispettore Lyle ha una sola notte – secondo le regole
dello stato di fermo – per trasformare il sospettato perfetto
in un reo confesso, prima che la legge miope arrivi a offrirgli immeritate
scappatoie. Ma, forse, non è la legge a essere miope.
Il romanzo Stato di fermo (Brainwash) ha
suscitato l’interesse del cinema francese, ai tempi del grande
noir, e americano. Ne sono stati tratti due film, interpretati da
Lino Ventura e Michel Serrault – in ‘Garde à vue’
– e da Gene Hackman e Morgan Freeman – in ‘Under
Suspicion’. Opere che, malgrado l’ottima regia e la statura
degli attori, non sono riuscite a raggiungere le vette e la potenza
evocativa impresse da Wainwright nelle pagine di questo emozionante
romanzo.
"Comprimete un matrimonio – gli stress,
gli sforzi, il dare e avere di un lungo matrimonio – nel breve
tratto di tempo di qualche ora e avrete, in pratica, gli ingredienti
di un interrogatorio di successo (o di insuccesso). All’inizio
c’è una fusione di menti. All’apparenza un reciproco
rispetto. Poi con il passare degli anni (con il passare delle ore)
una personalità dominante emerge, è accettata e il matrimonio
diventa completo… e l’interrogatorio diventa un interrogatorio.
Non c’è ritorno. Non c’è ‘ricominciamo
da capo’. La relazione a questo punto è inalterabile;
c’è una tacita pretesa da una parte e una rassegnata
accettazione dall’altra.
Molti, per altri versi, ottimi poliziotti restano ‘scapoli’,
almeno per quel che concerne l’interrogatorio, per tutta la
loro carriera in polizia. Possono fare domande, possono raccogliere
prove, possono investigare un crimine. Ma non sapranno mai interrogare.
Lyle sapeva interrogare.
E mise tacitamente il marchio del suo predominio su Barker con quella
domanda, posta con tono quasi indifferente:«Ora… mi dica
cosa faceva nel boschetto.»"
Capitolo
1
La stanza. Dobbiamo cominciare con il descrivere
la stanza, perché in effetti la stanza è il palcoscenico
sopra il quale si metterà in scena l’intero dramma. Il
palco, e più del palco; è anche il fondale, le quinte
e la scena. E la porta è la tenda che si apre, permettendo
a uno degli attori protagonisti di entrare al momento giusto e quindi
di recitare le sue battute senza suggerimenti e con puro tempismo.
Ma una stanza è evidentemente parte di un edificio –
una scatola all’interno di quell’edificio; e una stanza
riunisce in sé un po’ dell’atmosfera dell’edificio
di cui è parte.
L’edificio è una stazione di polizia.
È bizzarro, ma comprensibile, che le stazioni di polizia abbiano
un’atmosfera tutta particolare. Persino gli ufficiali di polizia,
per i quali esse sono semplicemente il luogo di lavoro, afferrano
un alito di questa aura. È, si suppone, il sedimento di passate
e incalcolabili colpe; il profumo di illegalità e la sottile
emanazione del peccato che in qualche modo è penetrato nella
pietra e nei pannelli di legno dei locali. Può produrre una
sensazione di disagio. Un lieve brivido di colpa, avvertito persino
dall’innocente.
Nessuna stazione di polizia è mai un luogo felice. Rischiaratela
con ettari di vetrate, illuminatela con lo splendore dei neon, mettetele
il parquet e tenetelo pulito come uno specchio, ma tutto questo le
darà solo l’apparenza. Quel che è difficile descrivere
continuerà ad aleggiare sotto la vernice. Per i fuorilegge
è sempre la ‘casa dell’uomo nero’ e l’espressione
è particolarmente centrata.
La stanza, quindi, era parte di una stazione di polizia.
Era una di quelle stanze multifunzione che sanno di errore progettuale;
come se l’architetto, o forse il costruttore, avesse fatto male
i calcoli e si fosse ritrovato con un’area di superficie non
specificatamente destinata a uno scopo preciso. Era più piccola
della Sala Identificazioni, ma decisamente più grande di ognuna
delle salette per gli interrogatori progettate a quello scopo. La
sua misura si avvicinava a quella del tinello di un appartamento in
un quartiere piccolo-borghese. Allo sguardo risultava un cubo perfetto;
la lunghezza delle pareti era né più né meno
l’altezza. C’erano una porta e una finestra. La porta
aveva l’aria di essere solida e sicura. La finestra era alta,
stretta in proporzione e suddivisa a riquadri; le ultime tre file
erano di vetro smerigliato.
Un doppio termosifone sotto la finestra cacciava abbastanza caldo
da ammorbidire il gelo, ma senza arrivare a produrre un reale o confortevole
tepore. C’era un lavandino in un angolo, completo di manopole
per l’acqua calda e fredda, un piccolo specchio e un binario
cromato sopra il quale era ripiegato un asciugamano. La luce arrivava
da due tubi al neon gemelli; un’aspra luce bluastra, che sembrava
eliminare le ombre e allo stesso tempo prosciugare la stanza di qualunque
colore potesse avere. I muri erano dipinti a tempera. Finitura vellutata.
Color sabbia, forse? Sì, a un esame più attento, sabbia.
Ma nel bagliore fluorescente, anche a un metro di distanza, un grigio
stranamente opaco. Il pavimento era coperto con linoleum ‘marrone
governativo’, il colore del cioccolato amaro, resistente e lucidato
a una brillantezza di specchio appannato.
La stanza era scarsamente ammobiliata. Solo il minimo essenziale occupava
quella che appariva come una sovrabbondanza di pavimento. C’era
un tavolo; piano lucido, graffiato e macchiato d’inchiostro
su un angolo, con un cassetto laterale. Il tavolo era posizionato,
quasi geometricamente, sotto i neon. Sulla superficie del tavolo c’era
un piccolo, economico posacenere blu con le parole “Player’s
Navy Cut” impresse attorno alla circonferenza. Una sedia di
tela a tubolari d’acciaio era posizionata a ogni capo del tavolo,
e una terza sedia simile era appoggiata vicino al muro, accanto alla
porta.
Questa, quindi, era la stanza. Il palcoscenico. La porzione della
stazione di polizia che, al momento, era riservata a un confronto
all’ultimo sangue tra un sospettato e il suo inquisitore. Un’arena
in cui, entro le regole della legge e della giustizia inglese, era
stato organizzato un duello.
La porta si aprì e un agente in uniforme spinse il sospettato
nella stanza. L’agente indicò il tavolo con un brusco
cenno della mano. Il sospettato abbassò appena il capo in segno
di comprensione, quindi si sedette su una delle sedie in tela e acciaio.
L’agente chiuse la porta, spostò la sedia che era vicina
alla porta pochi centimetri più lontano dal muro, quindi si
sedette a sua volta.
Il sospettato mormorò: «Potrei…?» Quindi
si schiarì la gola, e chiese: «Potrei fumare?»
L’agente disse: «Perché no?»
Erano esattamente le 22.30.
L’Autore
John Wainwright (1921-1995)
è stato per vent’anni agente di polizia nello Yorkshire
inglese, prima di diventare scrittore a tempo pieno. Autore di romanzi
police procedural, alla narrativa poliziesca ha affiancato
noir, gialli classici e thriller.
Tra le opere più famose: The Crystallized Carbon Pig
(1966), Cause for a Killing (1974), Square Dance
(1975), Do Nothin’ till You Hear from Me (1977), Cul-de-sac
(1984), Portrait in Shadows (1986).
Sabrina Campolongo è scrittrice
e traduttrice. Ha pubblicato: Balene Bianche (Michele Di
Salvo 2007), Il cerchio imperfetto (Creativa Edizioni, 2008),
Il muro dell’apparenza (Historica Edizioni, 2008),
Unessential Dublin (Historica Edizioni, 2010). Scrive sulla
rivista Paginauno.
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