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Walter G. Pozzi

Altri destini
Una storia degli anni Settanta

Il romanzo sul processo 7 aprile
Il romanzo mai scritto sugli anni Settanta
Il romanzo che inaugura la "letteratura della tensione"

2011
Narrativa
256 pagg.
ISBN: 9788890496219

 

14,00 euro
ACQUISTA LIBRO
(al prezzo scontato di 12,00 euro)

 

 

L’Autore

Intervista all’Autore

 

Rassegna stampa

Scrittura informa
Altri destini
Alessandra Di Gregorio
4 novembre 2011
(leggi)

Temperamente
"Altri destini" di Walter Pozzi, di Azzurra Scattarella
15 settembre 2011
(leggi)

Il Cittadino di Monza e Bianza
Gli "Altri destini" di Walter Pozzi. Una storia degli anni Settanta, di Sarah Valtolina
8 settembre 2011
(leggi)

Il manifesto
Gli anni Settanta oltre i clichè, di Nando Vitale 22 maggio 2011
(leggi)

La Voce delle Voci
La cattiva coscienza e gli anni di piombo, di Antonella Beccaria maggio 2011
(leggi)

Radio Sherwood
Marco Maschietto intervista Walter Pozzi nella trasmissione Irruzioni letterarie
8 aprile 2011

 

 

Altri titoli in catalogo

L'infedeltà

Il corpo e l'abbandono

Carte scoperte

 

Dal casuale ritrovamento in un armadio di un maglione sporco di sangue, inizia il viaggio a ritroso nel tempo dell’introverso e disimpegnato Roman Zeri; un viaggio che lo porta a indagare sulla vita di suo padre Max, coraggioso direttore di un settimanale indipendente, e sugli oscuri motivi che lo hanno scaraventato in una storia kafkiana fatta di arresti, interrogatori e processi. Un susseguirsi di colpi di scena scandisce il percorso, anche interiore, di Roman, il quale, scartabellando tra vecchi documenti, fotografie del passato e ritagli di giornali, entra in contatto con una realtà che fino a quel momento aveva ritenuto impensabile. Sullo sfondo della vicenda, la nostra Storia, quella tragica e tuttora irrisolta degli “anni di piombo”, delle manifestazioni, degli scontri con le forze dell’ordine, del “terrorismo”, delle bugie di Stato, del processo “7 aprile”, della violenza che ha stravolto le vite di tutti. E cambiata risulterà anche l’esistenza di Roman, la sua visione del mondo, la prospettiva con la quale guarderà al suo futuro, tanto da esclamare, al culmine di una profonda crisi di coscienza: «Non si sta bene sotto le coperte calde dell’ignoranza.»
Walter G. Pozzi, con Altri destini, inaugura nuovi percorsi gettando le basi della letteratura della tensione.

"Di notte scendevo in strada a correre. Sentivo i miei piedi pestare l’asfalto. Da anni non riuscivo più a dormire. All’improvviso, la mente non era stata più in grado di lasciarsi andare. «È di ordine psicologico» mi aveva detto mia madre. Aveva intuito che l’insonnia era dovuta all’arresto di mio padre.
In casa non ne avevamo mai parlato molto, né durante né dopo i quattro anni che erano seguiti da quando lo avevano arrestato. Dopo un po’ mi abituai. Mio padre era fuori di casa, e basta. L’insonnia era stata l’unica reazione. Come se il mio inconscio raccogliesse e tenesse per sé ogni previsione sul futuro.
I primi tempi tiravo mattina nel silenzio, tra le coperte. Poi ho cominciato a coinvolgere mia madre. Era il tipo di donna che perpetuava lo stesso dolore per l’eternità, coltivandolo instancabilmente.
La corsetta notturna era un prodotto della solitudine, nata dopo essere andato via di casa passati i vent’anni. Macinavo i chilometri sotto gli occhi divertiti delle prostitute e dei clienti. Sentivo i commenti e le risate al mio passaggio. I più spudorati erano i transessuali con le loro voci pastose. I fari delle auto mi illuminavano da dietro allungando la mia ombra sul selciato.
Reietti, extracomunitari, puttane, clienti alla ricerca di travestiti più belli delle donne, drogati barcollanti e auto che sgommavano ripartendo a velocità da gara. Neanche un poliziotto per strada. Una città abbandonata. Si sentivano le voci lontane, l’accelerazione di auto esaltate, e i miei passi ripetitivi… il respiro era ritmo, cadenza."


L’Autore: Walter G. Pozzi (Monza, 1962) è scrittore, sceneggiatore e insegnante di Scrittura creativa.
Ha pubblicato i romanzi: Il corpo e l’abbandono (Tranchida 1997 e 2000), L’infedeltà (Tranchida 2000), Altri destini (Tranchida 2003, Paginauno 2011) e, in collaborazione con altri autori, la collettanea di racconti Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo (Edizioni Alegre, 2011).


Intervista all’Autore
di Giuseppe Ciarallo

Con i tuoi primi due romanzi, Il corpo e l’abbandono e L’infedeltà, ci avevi abituato a una dimensione del romanzo quasi intimista, dove la tua attenzione era puntata sulla vita interiore, a volte segreta dei vari personaggi; un’indagine psicologica tesa a scandagliare, con fredda determinazione, i comportamenti dei tuoi protagonisti. Nel nuovo lavoro tutto questo viene diluito in una visione più ampia; la piccola storia (“piccola” intesa come personale) di singoli individui, inserita nel crogiolo della grande Storia, quella con la maiuscola, la storia di una nazione, di un’epoca, dell’intera umanità. Un cambiamento di rotta, questo, che i lettori non potranno non cogliere. È solo una parentesi la tua oppure è cambiato qualcosa in te, come scrittore e ancor prima come uomo?
Altri destini è un romanzo diverso da L’infedeltà, esattamente come quest’ultimo apparteneva a una concezione di scrittura assai lontana dal precedente Il corpo e l’abbandono. È una considerazione valida soprattutto se si ragiona su una cifra stilistica. Credo però che da un punto di vista tematico non sia totalmente esatto definire il cambiamento operato in Altri destini come un mutamento di rotta o, eventualmente, una parentesi. Al termine di questo terzo romanzo è stato per me inevitabile cominciare a tirare le somme per comprendere i meccanismi messi in moto, anche come individuo, dall’attività di scrittore. Mi sono, così, reso conto di avere attraversato, con i miei personaggi e le mie storie, diversi stadi dell’essere, e di avere tracciato una sorta di tragitto umano. Voglio provare a riassumerlo.

Ne Il corpo e l’abbandono il giovane protagonista malato e destinato alla morte è costretto a uno stringente confronto con l’idea della propria scomparsa. Il corpo è diventato improvvisamente la sua prigione; una struttura detentiva priva di carcerieri e di sbarre nella quale non esistono verità in grado di garantire un conforto. Si muore, e basta. L’antagonista è la condizione umana che relega l’individuo in un contenitore di carne, muscoli e nervi, ponendolo in balia dei suoi funzionamenti.

Il romanzo seguente, L’infedeltà, sposta l’attenzione su un altro tipo di prigione, quella del condizionamento sociale. I personaggi, due coppie di innamorati, vivono nella necessità di compiere delle scelte, esattamente come accade a chiunque di noi. Passano gli anni, e un giorno si accorgono di avere sbagliato tutto. Nasce allora un confronto con se stessi, e con gli altri, che sfocia nell’analisi del concetto di infedeltà (intesa nella sua accezione più vasta); quella zona d’ombra in cui sono costretti a muoversi, per sopravvivere, tutti gli esseri umani nel confronto con l’altro. L’infedeltà quindi diventa un modo di evadere dalla prigione dei condizionamenti sociali ed etici che, con la loro pressione, conducono a scelte obbligate. Che so, mi viene a mente, come esempio, l’istituzione familiare.

In questo senso Altri destini diviene una sorta di compimento delle tematiche già espresse nei precedenti due romanzi. È la Storia, come dicevi tu, a entrare prepotentemente nella vita dei personaggi, schiacciandoli senza pietà. Il carcere di massima sicurezza in cui viene rinchiuso Max Zeri, diventa una reclusione fisica, ma soprattutto mentale. Qualcosa di più della malattia che affliggeva il personaggio de Il corpo e l’abbandono, durante la quale, almeno, era padrone di riflettere liberamente su di sé e sugli altri. In Altri destini però ritengo sia importante comprendere gli argomenti nascosti attraverso i quali le moderne forme occidentali di potere occupano gli spazi, anche i più intimi e personali, dell’individuo. E per farlo occorre seguire un percorso a ritroso che affonda nell’essenza stessa del sapere umano e che solamente chi scrive può intraprendere ed evidenziare.

Il primo passo è la denuncia di quella che io chiamo la “presa del Vocabolario”. Ogni forma di potere, nell’ambito di ciò che definiamo con molta leggerezza “società democratica”, per prima cosa s’impossessa del linguaggio, attribuendo i significati a concetti astratti quali Libertà, Democrazia, Famiglia, Patria, Guerra, Pace, Cultura. Senza che ce ne accorgiamo, vengono cambiate le definizioni di parole che rappresentano le colonne portanti del vivere quotidiano, archetipi di fronte ai quali qualunque discussione viene impedita. Così che la parola possa essere utilizzata per nascondere i concetti, invece di rivelarli. Consultando un vecchio vocabolario, mi sono divertito a notare il cambiamento di significato del termine “idealisa” dal 1972 a oggi. Il confronto è stato particolarmente illuminante perché mi ha mostrato in che maniera, cambiando il significato alle parole si possa cambiare il senso del mondo. Nel 1972 l’idealista era un individuo “mosso da un alto fattore”; oggi è una persona che “insegue sogni irrealizzabili”. E su questo dovrebbe riflettere chi scrive, invece di perdere il proprio tempo su noiosissimi romanzi di genere.

I protagonisti del tuo romanzo sono Max e Roman Zeri. Padre e figlio. Leggendo velocemente il nome di quest’ultimo, non può sfuggire l’assonanza con la parola “romanziere”. Considerando che il lavoro di Max è il giornalismo e quello di Roman la scrittura, viene da pensare che non si tratti di un caso.
Infatti non lo è. Padre e figlio, a parte una veloce parentesi al centro del romanzo in cui Roman è trentenne, entrano in scena a venticinque anni di distanza l’uno dall’altro, quando hanno quarant’anni. Simbolicamente assistiamo a un passaggio di testimone che il figlio fatica a raccogliere. La sua appare immediatamente come un’impresa difficile, perché non sa e, forse, perché non è completamente disposto a conoscere e ad accettare fino in fondo l’eredità morale che gli viene trasmessa. Non è un caso che Max, il padre, sia un giornalista e Roman uno scrittore. Il cronista ha il compito di informare dell’attualità , della vita di ogni giorno, legato com’è da un punto di vista professionale alla notizia. Al contrario lo scrittore interviene a clamori smorzati. Si siede, inforca gli occhiali, raccoglie e, se ne ha le capacità, rende duraturo, restituisce vita alla vita, tempo al tempo, a quel “sempre presente” che ingloba in sé la dialettica superficiale del divenire: passato/presente/futuro. Purtroppo, Roman è coinvolto in maniera personale, e da questo nascono le sue difficoltà.

Tema centrale del libro è indubbiamente la Memoria. La memoria vista come un esercizio da praticare costantemente, per mantenere viva l’attenzione onde evitare gli errori/orrori del passato. La memoria avvertita come un dovere , come un sentire da tramandare, al pari di un testimone (che nome azzeccato per un semplice bastoncino di legno!) di generazione in generazione. Il tuo romanzo tratta di un periodo storico un po’ scomodo, raramente visitato in letteratura, quello dei cosiddetti “anni di piombo”, del terrorismo, della teoria degli opposti estremismi, argomento questo poco “nobile”, facilmente travisabile rispetto a già metabolizzati momenti quali la Resistenza, la Shoah ecc.; ecco, per te, che ruolo può avere la Memoria in un’epoca difficile come la nostra, un’epoca in cui sta prendendo pericolosamente piede la pratica del revisionismo storico teso a negare orrori ampiamente documentati, a confondere le vittime con i carnefici, a banalizzare e ridicolizzare la sofferenza e i destini di milioni di individui stritolati dagli ingranaggi disumani della Storia?
Alla fine torniamo ancora alla presa del Vocabolario. Tu parli di memoria, e ci accorgiamo immediatamente che non sappiamo più di cosa stiamo parlando esattamente. O meglio, tu e io lo sappiamo perché siamo legati da una certa affinità e perché comunichiamo nella stessa “lingua”; per cui quando diciamo Olocausto sappiamo di parlare della stessa cosa. Eppure, discutendone anni dopo (al momento quindi della memoria), quando anche l’ultimo testimone non c’è più, potremmo trovare tre persone che ne parlano con intenti diversi l’uno dall’altro. Il primo ne negherebbe l’esistenza, il secondo l’affermerebbe per tenerne vivo il ricordo così che gli orrori non si ripetano mai più, e il terzo, se ne approprierebbe usandolo per propri fini. La domanda quindi ritorna: di quale memoria parliamo? Chi ha in mano il vocabolario?

Il revisionismo in fondo non è un’esclusiva di questa epoca ma un fenomeno prodotto dal concetto stesso di storia, dalla sua malleabilità e, di conseguenza, della sua interpretabilità. Sappiamo bene quanto la politica faccia uso dei paradigmi storici. Ciò non rappresenta necessariamente una buona ragione per non prendere posizione, e per chi scrive il modo migliore per farlo consiste nel ripercorrere i fatti, mostrandoli così come sono avvenuti. E poi, a chi tocca il compito della memoria? La risposta in Altri destini è: ai Roman Zeri. Se devo sapere cos’è stato il fascismo leggerò dei saggi storici, ma mi affiderò anche ai romanzi dell’epoca. Leggerò Cronache di poveri amanti di Pratolini, Il partigiano Johnny di Fenoglio… Il buon romanzo ha la forza di puntare il proprio fascio di luce sull’uomo tenendone sotto controllo la temperatura. In realtà, la letteratura è l’unica vera forma di coscienza dell’umanità, una possibilità per essa di specchiarsi, creare analogie e accorgersi del suo stato. Il check-up che gli permette di curarsi prima che sia troppo tardi. Per questo ritengo che in futuro avremo sempre più bisogno della narrativa. Non di tutta, certamente; e nella ricerca dei buoni libri di sicuro non ci aiuterà il prepotente affermarsi dell’industria editoriale con il suo asservimento alle dinamiche commerciali. Ma chi vorrà sapere avrà modo di soddisfare il proprio bisogno.

Per cui la morte del romanzo è ancora molto lontana.
Sicuro. Sono le forme del potere a desiderarne il decesso. Chi gestisce il sistema – con la complicità di scrittori e case editrici – che, depauperizzandolo, lo concepisce solo come forma di evasione e di distrazione. Per cui hai ragione quando affermi che la memoria va avvertita come un dovere. Mi fa piacere che tu dica che Altri destini punta lo sguardo sui cosiddetti “anni di piombo”. Tratta di un episodio volutamente dimenticato e ignorato da politici, storici e scrittori, e sceneggiatori, rei in questi trent’anni, di avere sempre trattato gli anni Settanta con polsi e gambe tremanti. Fiumi di parole; eppure, in realtà, nessuno ha ancora avuto il coraggio di compiere un’operazione di igiene mentale: allontanarsi dal linguaggio del regime e di schieramento per comprendere, per raccontare veramente quegli anni. Chi scrive ha il dovere della lucidità e del distacco. Per lo scrittore vero non esiste differenza tra il sublime e l’abietto. Yeats scrisse che “abbiamo nutrito il cuore di fantasie, e quel cibo ha reso il cuore brutale”. Tanto più scendi in profondità, tanto più la verità appare orribile. Contrariamente a quanto si pensa, per fare chiarezza occorre spostarsi dalla luce al buio, non il contrario.

In molti mi hanno chiesto perché scrivere oggi un romanzo sugli anni Settanta. Un’osservazione del genere denota proprio l’idea che su quel periodo la storia abbia ormai detto tutto. Ma nel momento in cui Gasparri può in Parlamento auspicare un nuovo processo 7 aprile (tra l’altro collocandolo nel 1978, invece che l’anno seguente), senza sollevare indignazione né nel mondo politico né in quello intellettuale, capiamo fino a che punto l’Italia sia un Paese incapace di fare i conti con la propria storia; nonché il livello di ignoranza, se non di malafede, in cui vive l’intellettualità ufficiale. Ecco perché pubblicare un romanzo su quel periodo. Altri destini mostra proprio quale funzione svolgano processi come quello del 7 aprile 1979.
In Altri destini ho cercato di limitarmi a mostrare le cose così come sono accadute, che sia il lettore a giudicare in piena autonomia; che veda ciò che la televisione non ha trasmesso e che legga ciò che i giornali non hanno scritto. E capisca la gravità delle parole di Gasparri.

Già nel 2001, dopo i tragici giorni del G8 di Genova, ma ancora oggi, se si pensa alle proteste degli studenti a Roma, è emerso il tanto preoccupante quanto incomprensibile silenzio, salvo pochissime eccezioni sorte dal mondo della cultura non ufficiale, di un’intera classe di artisti e intellettuali del nostro Paese. Un silenzio che pesa come un macigno vista la portata dei recenti provvedimenti che vanno a incidere su tutti gli ambiti della nostra vita comunitaria: dalla cultura alla giustizia, dalla sanità alla scuola, dai servizi sociali all’esercizio dei più elementari diritti individuali. Cosa ne pensi del ruolo degli intellettuali in una società come la nostra? È lecito che uno scrittore si rinchiuda nel suo piccolo mondo e si limiti a scrutare l’esterno con una sorta di distacco o ha il dovere morale di intervenire, di denunciare all’occorrenza, di essere testimone e coscienza critica della sua gente?
Nel silenzio di cui parli non ho visto alcunché di nuovo. E gli intellettuali, quei pochi, che adesso si sbracciano, qualche anno fa tacevano davanti alle nefandezze che anche i governi del centro-sinistra mettevano in pratica (l’introduzione della flessibilità lavorativa, i bombardamenti sui civili in Kosovo, lo sdoganamento dei tangentisti, l’indifferenza di fronte al conflitto di interessi di Berlusconi…). E questo silenzio a cosa era dovuto? Il problema dell’intellettualità italiana ha radici antiche e risale al concetto di corte.

I protagonisti della cultura italiana sono fondamentalmente cortigiani. Ma per fortuna esistono anche scrittori che dissentono dalle dinamiche del potere, quale che esso sia; il problema è che non è dato loro modo di accedere ai grandi mezzi di comunicazione. L’ordine culturale è un nucleo serrato come un pugno, una sorta di corporazione alla quale si accede solamente passando dall’interno. Per questo li sentiamo insorgere quando vengono privati di un privilegio o quando viene attaccata la loro fazione. Non è così che può funzionare. L’intellettuale deve essere un nervo scoperto della società. Con un governo di destra deve porsi a sinistra, con un governo di sinistra deve stare ancora più a sinistra.

Quali sono, secondo te, i doveri di un intellettuale?
Conservare la libertà, criticare senza riserve le idee preconcette, rifiutare ogni alternativa troppo semplicistica e restituire i problemi alla loro complessità.

Per scrivere il tuo romanzo Altri destini, avrai senz’altro passato molto tempo a scartabellare tra giornali e documenti dell’epoca, a interrogare testimoni di quel periodo della nostra storia. Quali sono state le tue emozioni, cos’hai provato nello scoprire quei mondi sistematicamente banditi dai media, autentici tabù come le pratiche disumane nelle carceri, le torture in un Paese che si vanta di essere esempio di democrazia e che anzi ha la presunzione di affermare, attraverso i suoi capi, l’esigenza di esportarla anche imponendola con le armi?
Sull’esigenza di esportare la democrazia con le armi, è inutile spendere parole, dato che si tratta di una colossale menzogna per nobilitare e riesumare l’antico colonialismo. Per quanto riguarda le scoperte sui giornali dell’epoca, è una pratica che consiglio a tutti. Per realizzare la grande quantità di “inesattezze” costruite non esiste niente di più indicato che andare in biblioteca a consultare i vecchi quotidiani, adesso che alcune verità sono state ripristinate. E siccome la memoria è uno specchio dell’attualità, bisogna pensare che stia accadendo la medesima cosa per quanto riguarda gli avvenimenti attuali.

In Altri destini ho voluto evidenziare questa pratica pubblicando per intero un articolo uscito su un importante quotidiano nazionale il giorno dopo la repressione della rivolta in un noto carcere di massima sicurezza. Sul giornale non era però descritta la violenza usata dagli agenti su persone disarmate, inermi a già immobilizzate. Al contrario venivano esaltati “i ragazzi dei reparti speciali” addestrati a combattere senza uccidere, a usare proiettili di gomma, a fare del male solamente se costretti… La realtà poi era un po’ diversa, ma a quanto pare non doveva essere raccontata. Giusto così, tutto sommato. Tocca a Roman Zeri tornare sul luogo del delitto e restituire vita alla vita, attraverso la finzione.

Un capitolo del libro, solo apparentemente staccato dal resto della narrazione, è ambientato in una prigione argentina, Paese in cui, all’epoca dei fatti raccontati, era in atto una sanguinosa repressione da parte di una feroce dittatura militare. Come a dire: stesso periodo storico, situazioni apparentemente diverse, metodi simili. Forse non aveva affatto torto Fabrizio De André quando in una delle sue più belle canzoni affermava che “non esistono poteri buoni”.
Una frase del genere, condivisibile, se vera, o se accettata come verità assoluta, ci inchioderebbe definitivamente all’inattività e alla rassegnazione. Continuo a credere che possano esistere, se non poteri buoni, almeno poteri mossi da alti valori. Mi rendo conto che è difficile credere all’esistenza di un regime democratico, nell’accezione fin qui esistente; ma rifiuto di credere che non esistano altre strade. I miglioramenti devono passare prima attraverso gli individui. Chi si occupa di cultura deve prendersi la briga di tornare a pensare l’essere, ripartendo da quelle basi etiche insite nel subconscio dell’uomo sin dalla notte dei tempi. Niente che non sia già stato scritto; quelle due o tre cose che gli uomini devono riconoscersi a vicenda, sulle quali ricostruire un nuovo individuo. Difficile? Può darsi, ma forse nemmeno troppo. Basterebbe semplicemente che ognuno assumesse su di sé l’onere di rappresentare personalmente l’essere umano che ritiene essere ideale e andare a spasso, proponendo la pubblicità di se stesso invece che delle grandi firme.

 

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