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Alice Rivaz

Nuvole fra le mani.


1998
Narrativa

187 pagg.

14,00 euro
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(al prezzo scontato di 12,00 euro)


 

L’Autore

 

Rassegna stampa

Rivista Paginauno
L'audace outsider della letteratura europea del Novecento: Alice Rivaz
di Sabrina Campolongo, dicembre 2011
(leggi l'articolo)

 

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Quando, nel luglio del 1937, sulla Cote des Maures, Alice Rivaz trascorre le sue giornate di vacanza “sdraiata sulla sabbia, a scarabocchiare tra un bagno e l’altro una specie di confuso brogliaccio”, primo seme di un romanzo in procinto di fiorire, gli scrittori francesi in attività sono Gide, Claudel, Colette, Bernanos, Mauriac, Céline, Girardoux. Tutti autori di grande rilievo che hanno già pubblicato i loro libri più importanti.
Sartre e Camus accederanno alla ribalta letteraria più tardi ed eserciteranno un’influenza reale solo nel dopoguerra. Saint-Exupéry non ha ancora pubblicato Terre des Hommes, Martin du Gard sta scrivendo la fine di Thibault, Aragon è in procinto di scrivere Le Voyagers de l’Impériale, e Nathalie Serraute, Beckett, Robbe-Grillet, Claude Simon non si riveleranno che negli anni Cinquanta.
L’originalità di Nuvole fra le mani deve essere analizzata in funzione delle ‘regole’ letterarie vigenti prima della guerra. Non sappiamo nemmeno se lei abbia già scoperto Virginia Woolf o se abbia già avuto modo di apprezzare i racconti di Katherine Mansfield, della quale occuperà la stanza, molti anni più tardi, in un sanatorio di Montana. Lo sa che a Parigi, Grasset ha appena pubblicato Bois-Mort e Le Cavalier de Paille di Monique Saint-Hélier?
Probabilmente non immagina nemmeno che il romanzo psicologico francese tradizionale è in punto di morte quando inventa, per servire le proprie necessità narrative, un modo diverso di esprimere la vita.
Nei giorni in cui scrive questo suo primo romanzo tra le sue influenze si incontrano quelle di Tolstoi, di cui aveva letto Guerra e pace e di Cechov, oltre ai romanzi inglesi che adora. A queste opere vanno aggiunte i libri di Charles Louis Philippe, Viaggio al termine della notte di Céline e la lingua perfetta di Colette. Ma, di fatto, la Rivaz legge di tutto e ogni libro letto vive dentro di lei.
Quanto a Monique Saint-Hélier, solamente un caso gliel’ha fa conoscere proprio durante la stesura di Nuvole fra le mani: la lettura de Le Cavalier de Paille la incanta.

I personaggi del romanzo vivono e si muovono a Ginevra, anche se si rischierebbe di cercare invano nelle descrizioni della città. Giusto una dozzina d’evocazioni in 200 pagine, tutti legati allo stato d’animo dei personaggi. Ecco qualche esempio di questa tecnica, pressoché nuova negli anni Quaranta.
Alle sette del mattino, Madame Lorenzo apre gli scuri di una camera: “Giù, fra gli alberi della piazza, erano almeno cinque giorni che non spazzavano le foglie gialle che cadevano dagli olmi. Si vedeva proprio che erano a Ginevra. Non era come nelle altre città di questo Paese dove non si lascia per terra neanche un fiammifero”.
Saintagne va a lavorare: “Foglie morte piroettavano attorno alla pompa di benzina dipinta di rosso, davanti all’autofficina. Inspirò grandi boccate di vento. Sì, era fresco, anzi freddo. Ma puah! Che odore! Roba da disgustare narici umane come le sue, disponibili solo per l’erba e la lavanda. Ficcava il suo naso d’appertutto, il vento; lambiva il bordo del marciapiede dietro ai cani, si rotolava sotto il tetto dell’autofficina, cacciava il naso nel cofano e nel motore delle macchine. E dopo tutte queste belle passeggiate, eccolo nelle sue narici! Ah! Puzzava di pozzi di petrolio, di depositi di carbone e di automobili con il mal di pancia”.
Christianne Auberson, che impartisce lezioni di pianoforte per vivere, esce di casa sua a fine mattinata: “Tutta la via era piena di vento, che se la prendeva con i manifesti, schiaffeggiava le guance dei passanti e gettava manciate di foglie gialle dappertutto. Ma lei trovava che il tempo fosse splendido. Pareva che le case stessero per mettersi a gridare, a parlare con tutte le loro finestre che assomigliavano a bocche spalancate, oppure che cambiassero forma, che s’inclinassero, poi si rialzassero e stessero ben dritte per resistere al vento, e dopo si piegassero una dietro l’altra, oscillassero come olmi, per fuggirsene poi tutte in fila seminando imposte e camini per le strade insieme alle foglie cadute dagli alberi”.
Più tardi, Christianne rientra in compagnia di Saintagne: “Le afferrò un braccio, ma lei lo respinse, continuò a camminare dritta davanti a sé, fra i tram, davanti a un camion, poi scomparve in un gruppo di ciclisti. E lui le correva dietro, col cuore in gola, e non sapeva più se camminasse in mezzo a tutte quelle macchine a ruote e a motore, oppure in mezzo al rumore che facevano”.
L’animismo di tutte queste descrizioni scritte secondo la tecnica del punto di vista inserito, corrispondono al progetto di Alice Rivaz di raggiungere il lettore attraverso le sensazioni provate dai personaggi. Sensazioni, e non sentimenti, poiché questa è la caratteristica di Nuvole fra le mani: il linguaggio riflette più da vicino le impressione registrate dai sensi. Non stiamo parlando già di comportamentismo? O dell’ampliamento, della trasposizione di tecniche cinematografiche? L’occhio del lettore, il suo udito, il suo tatto vengono continuamente sollecitati.
Ecco, per esempio, come la scrittrice mostra Saintagne mentre osserva Lorenzo che va a incontrare Chiristianne: “Prima aveva visto sparire dentro il portone la testa di Lorenzo, poi la sua sciarpa rossa e il suo braccio – una parte del cappotto svolazzava ancora nella via; e aveva visto un piede che, dopo essersi appoggiato sul selciato, era sparito con tutto il resto…”.
Oppure, ecco Christianne al suo pianoforte, osservata da Lorenzo: “Poi la vide che girava una pagina, si chinava in avanti, stendeva le braccia aprendo le mani e affondando le dita nei tasti come se avesse voluto plasmarli, impossessarsene fino in fondo e poi farli a pezzi”.
In questo assemblaggio di spazi chiusi, appartamenti, uffici, un ristretto numero di personaggi, sognano, deambulano, si incontrano ma è come se non si vedessero, e compiono quel giorno i gesti di tutti i giorni, meccanicamente, eccetto due episodi: Lorenzo diventa l’amante di Christianne per un’ora; Madeleine interviene per impedire a suo marito la realizzazione dell’ultimo sogno che gli consentirebbe di vivere.

I protagonisti sono cinque: due coppie, e Chiristianne Auberson. La prima coppia è composta da Lorenzo e sua madre, presso la quale egli abita. La seconda da Saintagne e sua moglie, Madeleine.
Fernand Lorenzo è bello; l’intero suo essere si riassume nella bellezza del suo corpo e, ancor di più, del suo volto. Una traiettoria logica lo condurrà, in assenza di Sabina – la sua fidanzata – dal nido materno al corpo di Christianne, la quale è innamorata di Saintagne, spasimante tradito. Saintagne e Lorenzo svolgono entrambi lavori noiosi e ripetitivi al BIT (l’Ufficio Internazionale del Lavoro). Saintegne è animato dal desiderio di fuggire dalla cappa di monotonia e di mediocrità che pervade la sua vita. Ma ogni suo tentativo di emanciparsi dal destino che lo vuole ancorato a una lamentevole esistenza di burocrate – agli ordini di un superiore deficiente, dentro un ufficio che odia – abortisce miseramente.
Ha cominciato a costruire un aereo; ma le spese per il parto – sua moglie gli ha appena dato un figlio – lo hanno privato dei soldi con i quali contava di acquistare il motore. È innamorato di Chiristianne Auberson, ma se la fa soffiare da Lorenzo. Vorrebbe abbandonare la sua assurda esistenza da burocrate, intraprendere qualche cosa, partecipare alla guerra di Spagna, andare a stabilirsi in una fattoria in Provenza; ma sua moglie, che non vuole lasciare la grande città, saprà come trattenerlo. Ed egli non sarà nemmeno in grado di approfittare di un richiamo del suo padrone, pronto a licenziarlo, per realizzare quella liberazione che sogna da tanti anni.
Una delle pagine più intense del romanzo è quella in cui si vede Saintagne rientrato in casa, dopo il fallimento di quella grande occasione che non era stato capace di cogliere al volo: “Cera tutto ciò che aveva previsto. Le pantofole con i pompons…”. Basterebbe ai suoi occhi, per voltare i tacchi e fuggire. Sarà il suo attaccamento al figlio – l’idea di sacrificarsi per lui – a fornire l’alibi alla sua impotenza e alla sua vigliaccheria.

Queste le parole dedicate al romanzo della Rivaz da parte di Thierry Maulnier: “Il mondo dipinto da Madamoiselle Rivaz è un mondo squallido, grigio, sommesso, dove non sboccia mai il respiro umano. A coloro che lo abitano, la speranza è ignota, ma nemmeno sono concesse le nere risorse della disperazione né più sono permesse. […] Gli stessi sogni sono mediocri, e condannati, per l’impotenza intima che rappresenta la tara di tutti i personaggi, a un perpetuo fallimento. Il lettore è certo che tutti questi personaggi, senza eccezioni, continueranno fino alla morte a vivere piegati sotto lo stesso giogo monotono, incapaci di liberazione e di rivolta, incapaci persino di vera sofferenza”.
Thierry Mualnier, quindi, chiude scrivendo questi due giudizi.
Il primo: “Nel romanzo di Alice Rivaz non esiste alcuna meditazione sulle tare della società moderna, nessuna requisitoria rivoluzionaria. Le categorie sociali che vi sono dipinte non appartengono nemmeno a quelle sulle quali pesa il fardello più pesante della nostra civilizzazione. Non si vede l’uomo curvo sotto la legge del bronzo, esaurito, condannato a prelevare sulla sua stessa carne il tributo al dio del ferro dell’industria. Il destino degli eroi della Rivaz regna silenziosamente su comodi quartieri della grande città, negli appartamenti piccolo-borghesi, negli uffici dove regnano i funzionari logori, i dossier e le statistiche. Niente fiamme infernali, niente omicidi e poche lacrime: bensì un intero mondo che sembra inghiottirsi nell’asfissia universale”.
E il secondo: “Pochi romanzi – compresi i romanzi americani – ci hanno rivelato con mezzi sobri come quelli utilizzati da Madamoiselle Alice Rivaz, il terribile potere di soffocamento del mondo moderno. Potere tanto più grande nel momento in cui trova i suoi complici tra le stesse vittime che ne sono schiacciate”.

Più sensibile alle qualità profonde di Nuvole fra le mani - perché più fondato su una simpatia intuitiva che sull’analisi intellettuale - lo studio di Hélène Démétriadès va direttamente all’essenziale: “Nuvole fra le mani unisce due qualità difficili da equilibrare, dalla cui fusione nasce la bellezza: il dono della concretezza, un senso metafisico della realtà”.

 

L’Autore: Definita la Grande Dame della letteratura svizzera, Alice Rivaz (qui la scheda Autore completa) nasce nel 1901 a Rovray. Dalla più tenera infanzia vive sulle rive del lago di Ginevra, dove lavora fino all’età della pensione al Burea International du Travail. Nel mondo degli impiegati degli Organismi Internazionali ambienta il suo primo romanzo L’ora prima (Nuages dans le main – 1940), che rivela la capacità della Rivaz di costruire la trama attraverso la vita interiore dei personaggi, con immagini, parole e sensazioni. Nel 1945 pubblica Un peuple immense et neuf (Un popolo immenso e nuovo), un invito alle donne a prendere in mano la penna, ma la tematica femminile esplode nel romanzo-pamphlet La paix des ruches (1947, La pace degli alveari); un testo che anticipa di due anni i temi della riflessione femminile trattati da Simone De Beauvoir.
Nel 1961 esce la raccolta di racconti Sans Alcool e, nel 1966, Compez vos jours (Contate i vostri giorni), riflessione narrativa in undici stazioni sulla vita di una donna. L’Alphabet du matin, (1968, L’alfabeto del mattino) è l’ariosa rievocazione autobiografica dell’infanzia. Le creaux de la vague (1971, Il cavo dell’onda) è la continuazione di Comme la sable, del 1946, ambientati nel mondo del lavoro al BIT. Nel 1973 escono i racconti di De mémoire et d’oubli (Di memoria e d’oblio). Nel 1979 vede la luce Jette ton pain (Getta il tuo pane), culmine tematico e stilistico della scrittrice. Nel 1992, carica di riconoscimenti letterari, Alice Rivaz si ritira in una casa di riposo nei pressi di Ginevra. Muore nel 1998.

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